OCCHI APERTI N. 38: AUDIO-LETTURA

Abbiamo il piacere di presentare ai nostri lettori la versione vocale di Occhi Aperti n. 38, l'ultimo numero della nostra rivista ufficiale. La lettura è stata affidata, per questo fascicolo, alla nostra ottima volontaria Laura Zona di Biella: davvero una bella voce che non si fa fatica a seguire. Il documento, della durata di circa 82 minuti, è stato caricato sul nostro canale Youtube. Ringraziando Laura per la sua disponibilità, inseriamo qui sotto il link per ascoltare la registrazione:

http://www.youtube.com/watch?v=yEewgeibC5Y

OCCHI APERTI N. 37: IL MUSICISTA GIORGIO OSTI

Nel 1901, un giovane studente, aspirante poeta e scrittore, sottopose alcuni suoi scritti all’attenzione di Rainer Maria Rilke, affermato esponente di una cultura cosmopolita.
Perplesso, il Maestro chiese: “Ma,oggi,cosa hai scritto?”. L’allievo rispose: “Oggi nulla”. Il Maestro concluse: “Non sei ancora scrittore” e lo spronò a lavorare quotidianamente.
L’esempio citato, ci porta a presentare il protagonista della rubrica “Rappresentare l’arte” in questo numero della rivista.
Giorgio Osti, associato Apri, è un musicista con una vastissima esperienza.
Alla domanda “Oggi cosa fai?” Osti, come suggeriva Rilke, spiega: “Oggi suonerò uno dei miei strumenti a corde: il banjo a cinque corde. Proviene dalla tradizione nordamericana, ma, precedentemente, dall’Africa, dagli schiavi. Suonato dai neri, ma poi modificato dai bianchi. Sono nate, così, nuove composizioni per nuovi strumenti, alcuni riconosciuti anche per il valore terapeutico. Suonare il banjo, da sempre, mi dà tranquillità. Ho suonato anche la tromba, ma è stato più uno sfizio degli anni dell’infanzia. La tromba non è come la chitarra. Tutta un’altra cosa”.
L’entusiasmo è evidente quando spiega: “Inutile dire che ero partito senza spartito. La mia formazione musicale inizia fin da piccolo, con due genitori appassionati che mi hanno trasmesso questa passione, la voglia di ascoltare, di approfondire, di sentire. Mio papà guardava l’opera musicale lirica. Iniziai a familiarizzare con canto, libretti, recitazione, orchestra, coreografia, scenografia ed infine il pubblico… quest’ultimo, in questo periodo, è distanziato, ma la voglia di fare continua, anzi si rafforza. Nessun virus bloccherà la voglia di esprimere, conoscere, studiare, aiutare ed essere aiutati. Nessuno, inoltre, può censurare l’espressione più generosa al mondo e con effetto boomerang: il volontariato”.
A dodici anni, Giorgio, che oggi di anni ne ha 62, ma non li dimostra, iniziò a suonare il pianoforte. La sua insegnante, francese, era molto esigente e gli impartiva lezioni di teoria, solfeggio e così via. Era bello il pianoforte, ma la musica richiede tecnica e trova la propria espressione nella libertà. La rigidità dell’insegnante contribuì a spingerlo ad un cambiamento. A quattordici anni iniziò, quasi per gioco, lo studio della chitarra. Decisivo, fu l’incontro con la musica folk blues country. Cominciò, così, a frequentare la scuola di formazione musicale di Torino. Studiava chitarra classica con il maestro Luigi Locatto. Oggi affermato liutaio.
Osti conclude: “Nella vita di ognuno c’è sempre una svolta, un punto di rottura e di crescita. Da quel momento, istintivamente, mi sono focalizzato sulla musica tradizionale nord-americana, in particolare il bluegrass, e, quindi, il banjo a cinque corde, poi il mandolino, la chitarra acustica. Il tutto declinato in alcune forme della etno-folk, old time irish. Nell’arco di quarant’anni, ho suonato con molti musicisti americani e non solo, imparando molto”.

Valter Perosino

OCCHI APERTI N. 37: SERGIO CLERICO MOSINA

Sergio Clerico Mosina se ne è andato da circa tre anni, ma, per chi l’ha conosciuto, resta una persona indimenticabile. Le fotografie che lo ritraggono, rimandano l’immagine di un uomo fiero ed elegante. Con lo smoking e il panama bianchi. Proprio come un inossidabile divo di Hollywood. Davanti ai suoi occhi c’era la nebbia. Dentro di lui, invece, un caleidoscopico e affascinante mondo colorato non aveva mai smesso di esistere. Con garbo e delicatezza, ma anche con un carattere caparbio e determinato, Clerico dettava legge. Chi non stava alle sue regole, veniva buttato fuori. Senza tanti complimenti.
Bastava, però, entrare in punta di piedi, con pazienza e perseveranza, ed il gioco era fatto. Affetto da diabete, per lungo tempo, prima dell’esperienza finale in struttura, aveva avuto un ottimo rapporto con gli infermieri domiciliari. A loro aveva saputo trasmettere sensazioni e memorie da tenere nel cuore. “Il diabete” diceva “è un brutto compagno di viaggio! La cosa peggiore è che mi ha tolto la vista… vedo solo ombre…la televisione, ormai, l’ascolto soltanto…mi fa compagnia, come le sigarette…se me le togliete, non mi resta più nulla”.
Quando si raccontava, veniva fuori la sua parte più autentica: i sogni, le avventure incredibili, la vita. Raccontava con stile ironico e dissacrante. Sempre controcorrente. Eppure, le sue parole erano intrise di un amore straordinario. Quello che appartiene ai puri di cuore.
Il suo animo di artista, che per lunghi anni lo aveva reso famoso per le opere ed i manufatti, non aveva cessato di esprimersi nonostante la disabilità visiva. Resta il ricordo legato alle rose di carta crespa che donava agli amici. Le confezionava, già privo della vista, davanti alla persona a cui le voleva regalare. Le sue mani si muovevano rapide, piegando la carta a memoria. Sostituivano i suoi occhi. Per completare l’opera, Sergio spruzzava del profumo sui petali, per renderli ancora più reali. La malattia, alla fine, riuscì a piegarlo. Quando comprese che, per lui, non c’era più tempo, si è lasciato andare.
Oggi le sue rose hanno perso il profumo. Volatilizzato dal tempo, che ha cambiato tante cose. La sua essenza, però, persiste inalterata. A molti ha insegnato a vivere.

Laura Zona

 

OCCHI APERTI: IN ARRIVO IL NUMERO TRENTOTTO

È stato postalizzato, nei giorni scorsi, il n. 38 della nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti". Anche in questo fascicolo sono stati pubblicati numerosi articoli di approfondimento che qualificano notevolmente la testata. Accanto agli aggiornamenti scientifici emersi nel convegno del 10 aprile u.s., ecco una presentazione della coroideremia, una distrofia retinica ereditaria piuttosto rara. Sono inoltre presenti un pezzo sull'ex-oculista, oggi presidente siriano, Bachar Al Assad, una retrospettiva sulla condizione di cecità vissuta dal grande Totò, il racconto del terribile accecamento di massa compiuto, nel 1014, dall'imperatore bizantino Basilio II detto il Bulgaroctono, la recensione del quadro intitolato "Il cieco ed altre figure" di Ubaldo Oppi, l'esposizione del curioso poema ottocentesco "L'ottica esposta in terza rima" e tanti altri articoli sulle attività portate avanti dal sodalizio. Presto sarà disponibile la lettura vocale del testo sul canale Youtube e il PDF scaricabile dal sito internet. Chi desiderasse comunque avere ulteriori copie cartacee della rivista le potrà richiedere alla sede centrale o alle sezioni decentrate.

OCCHI APERTI N. 37: CANI E PANDEMIA

Il cane, come l’uomo, è un animale sociale. Tra i suoi bisogni fondamentali, oltre a mangiare, bere e vivere in un posto caldo e sicuro, vi è anche il bisogno di interazione sia con i membri della sua specie, sia, soprattutto, con il suo compagno umano, che lo ha accolto in casa propria ed ha iniziato con lui un’amicizia fatta di condivisione e momenti di vita insieme. Non per nulla, il cane è stato scelto come guida per le persone con disabilità della vista. Sono magnifici i cani guida che, da decenni ormai, hanno accompagnato e accompagnano in giro per il mondo e le città le persone non vedenti.
Da un anno a questa parte, però, è difficile gestire i cani guida, e non solo in presenza delle restrizioni da COVID19. Come garantire un buon livello di benessere nonostante la difficoltà di fargli fare delle lunghe passeggiate? Come reagiscono al fatto che il loro lavoro in guida si sia notevolmente ridotto vuoi a causa dello smart working vuoi perché molte delle attività che facevamo all’esterno si sono spostate nella dimensione online? Come assicurare allora al cane di sentirsi utile e mettere in campo le sue energie che non può utilizzare quanto prima nel lavoro in guida o annusando a lungo durante le passeggiate? La parola chiave è “gioco”: questa attività, naturale quanto complessa, è la chiave della relazione tra umano e cane, assicurando fiducia, divertimento e, soprattutto, desiderio di passare del tempo insieme. Tempo di qualità, perché fatto di movimento e complicità. Anche in casa è possibile fare moltissimi giochi, a partire dal semplice riporto con la pallina al tira e molla, che consente di giocare stando molto vicini al cane e che, per chi non vede, può dimostrarsi un gioco semplice da fare. Esistono, poi, giochi detti di “attivazione mentale” che è possibile trovare su diversi negozi online o nei Pets shop. Consistono in rompicapo da proporre al cane per raggiungere un obiettivo, ad esempio raggiungere un succulento biscottino. Quelli proposti in questo articolo sono alcuni cenni alle diverse attività che si possono fare con il cane, ma ricordiamoci che ogni cane, anche se guida, è diverso dall’altro, dunque se notiamo che un gioco non viene accolto bene da quel labrador o da quel golder retriever non scoraggiamoci: magari quella corda non è adatta al suo morso e conviene utilizzare un gioco più morbido o una pallina più stimolante. Non dobbiamo avere paura di chiedere ad esperti del settore come scegliere il gioco migliore da proporre al nostro cane: le possibilità sono infinite e questo periodo di chiusure può consentirci anche di informarci maggiormente su siti specializzati o con gli esperti educatori cinofili.
So che nell’arco della giornata abbiamo tante cose da fare e che, quindi, il tempo di gioco con il cane possa essere limitato, soprattutto se siamo stanchi. Il cane può svolgere delle attività anche da solo: i giochi con il naso ad esempio sono molto utili. Prendendo una vecchia coperta, ad esempio, possiamo nascondere i croccantini tra le sue pieghe e proporla al cane che annuserà alla ricerca del cibo e farà tutto da solo, divertendosi e utilizzando le sue energie. Inoltre, esistono in commercio molti masticativi come ossi o stik di bambù, che consentono al cane di scaricare le proprie energie masticando. Lo sapevate che 10 minuti di masticazione per il cane corrispondono a 30 minuti di passeggiata a livello energetico? Cerchiamo i prodotti più adeguati a lui a seconda delle sue inclinazioni e, soprattutto, della sua alimentazione e sbizzarriamoci. Il comitato cani guida di Apri, comunque è sempre a disposizione per suggerimenti o confronti in merito, nella consapevolezza che ogni coppia cane e proprietario è differente e può avere le proprie singole esigenze. Per approfondimenti scrivete pure a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Dajana Gioffrè

OCCHI APERTI N. 37: STORIA DEL BASTONE BIANCO

Tutti conoscono il bastone bianco come ausilio e mezzo di riconoscimento dei non vedenti, ma quanti ne conoscono la storia o sanno chi ne ha introdotto l’uso? Come collezionista di bastoni, tra i numerosi esemplari della mia raccolta figura un bastoncino bianco da donna, di una sobria eleganza, donatomi da una mia paziente con la seguente precisazione: “Apparteneva a mia nonna, non vedente. Glielo aveva donato l’Unione Nazionale dei Ciechi verso la fine gli anni trenta”. Constatando la mia ed altrui ignoranza in proposito, il dono ha mosso la mia curiosità di esperto e, con sorpresa, ho scoperto che l’ invenzione del bastone bianco per non vedenti risale agli anni 1930-31 e si deve ad una nobildonna francese di nome Guilly D’ Herbemont, nata nel 1885. Come per tutte le invenzioni, è necessario un terreno adatto su cui possa svilupparsi il seme di una nuova idea. Eccoci a Parigi: in quegli anni tutti avevano un bastone, oggetto che all’epoca non identificava, come oggi, un portatore di handicap o un vecchio insicuro, ma un complemento di moda senza il quale nessuno sarebbe uscito di casa. Come conseguenza della recente Prima Guerra Mondiale, in città vi erano molti reduci non vedenti per i quali il crescente traffico automobilistico costituiva una minaccia mortale ad ogni attraversamento degli ampi boulevards. Turbata dalla vista dei loro tentennamenti , la nostra contessa sentì l’esigenza di fare qualcosa per rendere sicuri i loro spostamenti. L’idea del bastone bianco le venne osservando i vigili urbani che dirigevano il traffico con un manganello bianco. Contro il parere della famiglia, ella scrisse una lettera aperta al giornale “L’Echo de Paris”, che la pubblicò il 20 novembre 1930. Nel giro di pochi giorni, ricevette l’invito a partecipare ad una riunione in cui erano presenti ministri, autorità delle istituzioni cittadine e rappresentanti delle organizzazioni dei non vedenti, tutti riuniti per valutare il suo progetto. Nell’occasione, non mancarono le voci contrarie: qualcuno propose una fascia da braccio gialla simile a quella in uso all’epoca in Svizzera, mentre un avvocato cieco consigliò sì un bastone, ma di color rosso. Sorse poi il problema del costo e, generosamente, la contessa offrì di fornire lei stessa 5000 bastoni. La notizia venne rilanciata dalla stampa e ottenne un successo considerevole, suscitando l’entusiasmo di tutti i non vedenti parigini. Il 7 febbraio 1931 vi fu la cerimonia ufficiale di presentazione con gran concorso di autorità e stampa. L’ iniziativa ebbe un tale successo, che da tutta la Francia gli altri non vedenti, sentendosi esclusi, reclamarono anche loro il diritto di usufruire di un tale simbolo. Nel giro di pochi anni, l’iniziativa si diffuse rapidamente e la canna bianca fu introdotta ufficialmente da molte nazioni. Tra le prime Belgio, Svizzera, Romania e, a seguire, gli USA e molte altre. Altri filantropi seguirono l’esempio di Guilly D’ Herbemont, donando bastoni bianchi. Come tutte le iniziative di successo, anche questa non mancò di suscitare invidie e rivalità. Pochi mesi dopo la sua introduzione, infatti, un noto medico parigino, nonostante usasse il bastone bianco, fu investito e ucciso. Con l’occasione, il propugnatore del bastone rosso, su un articolo giornalistico, accusò Guilly D’ Herbemont di essere indirettamente responsabile dell’accaduto. Tuttavia, un coro unanime si levò a favore dell’uso del bastone bianco, confortato dalle statistiche che mostravano una netta riduzione degli incidenti in cui erano coinvolti i non vedenti. Gli Inglesi ancora oggi rivendicano questa invenzione, attribuendola a tale James Biggs, che, nel 1921 dipinse il suo bastone di bianco per allertare della sua cecità. Peccato che il suo sia rimasto un esemplare unico, costituendo l’isolata iniziativa di un individuo eccentrico. Negli Stati Uniti, invece, l’invenzione viene attribuita a G.A. Bohnam, presidente del Lions Club, proprio negli anni 1930-31. Tuttavia, in considerazione del fatto che la stampa americana aveva prontamente rilanciato la notizia della iniziativa della nostra contessa, è probabile che, venutone a conoscenza, Bohnam se ne sia fatto propugnatore in patria. Va riconosciuto all’associazione dei Lions di essersi negli anni attivamente impegnata nel diffondere e sostenere l’uso del bastone bianco. Nato come strumento di allerta, il bastone bianco risulta anche utile per saggiare il cammino davanti al non vedente. Con tale funzione, il bastone era già in uso da tempo immemore, come dimostra il bel quadro di Bruegel il Vecchio ”La parabola dei ciechi”. Col tempo, il bastone bianco si è progressivamente allungato ed assottigliato, diventando pieghevole e costituendo un valido strumento per saggiare la strada davanti al non vedente rendendone più sicura la marcia. Anche in questo caso, la guerra è stata il primum movens e, nel 1944, un invalido, R.E. Hoover, fu l’inventore e propugnatore della sua tecnica d’uso. A dimostrazione di come il bastone bianco sia in grado di suscitare in chi lo vede i migliori sentimenti umani di solidarietà, collaborazione e altruismo, concludo con questo episodio personale. Mi trovavo al Santuario di Oropa e stavo scendendo una ripida scalinata. Come mia abitudine, avevo con me un bastone. Nell’occasione un bastone da baleniere, pertanto realizzato con un unico pezzo d’osso di balena. Tre vecchiette, che stavano salendo, incrociando il mio cammino mi rassicurano “Venga tranquillo, non si preoccupi, se ha bisogno di aiuto siamo qui”. Rimango interdetto, poi di colpo comprendo: avendo visto il mio bastone di osso bianco, mi hanno scambiato per un non vedente. Dopo un attimo di esitazione, timoroso di deluderle, confesso che per l’occasione mi sono finto non vedente.

Alberto Zina

 

OCCHI APERTI N. 37: I CANTORI ORBI SICILIANI

La tradizione siciliana degli "orbi", cantori di inni religiosi durante processioni, novene e feste di Santi, affonda le sue origini molto indietro nel tempo e, sicuramente, almeno alla prima metà del XVII secolo. Furono, infatti, i Gesuiti a fondare, nella città di Palermo, la prima confraternita organizzata di questi mendicanti "artisti di strada". L'operazione faceva riferimento alla diffusa credenza, di origine medievale, che la preghiera dei sofferenti fosse particolarmente gradita al Cielo. In realtà, queste confraternite erano diffuse anche in altre regioni italiane, ma il fatto che in Sicilia l'uso sia sopravvissuto fin oltre la metà del XX secolo, ci consente di avere a disposizione anche documentazione sonora e visiva. Ripercorriamo, dunque, sinteticamente, questa epopea minore che si innesta nel grandioso mosaico della Carità Cristiana verso gli umili e i diseredati.
"Li poveri orbi e ciechi di tutti due occhi, che come è notissimo sogliono vivere col mestiere di cantare e recitare per le strade orazioni sacre e profane e soprattutto improvesar poesie nelle feste plebee in onore dè Santi che fuori de tempij nelle piazze e contrade espongonsi della città, sono l'istessi poeti popolari appellati 'ciclici poetae' che fecero figura presso gli antichi in Italia a' tempi de' Greci e dè Romani" così scriveva, nel XVIII secolo, lo storico Francesco Gaetani Marchese di Villabianca (1720 - 1802). A lui faceva eco, nell'Ottocento, lo scrittore di Acireale Lionardo Vigo Calanna (1799 - 1879) che si esprimeva in questo modo a proposito dei cantastorie ciechi:
"i ciechi, in tutta la Sicilia vivono suonando il colascione, chi il violino, e cantando canzoni e storie sacre e profane. Quasi tutti coloro che nascono ciechi o perdono in gioventù il ben della vista, si addicono al mestiere del canto e della musica.".
Anche Giuseppe Pitrè (1841 - 1916), padre della ricerca folklorica siciliana, così li descrisse: "i sonatori di violino in Sicilia sono quasi tutti ciechi e perciò chiamati per antonomasia orbi. L'orbo nato o divenuto tale nei suoi primi anni, non sapendo cosa fare per vivere, impara da fanciullo a sonare, e non solo a sonare, ma anche a cantare. Le molte feste popolari dell'anno gli danno sempre qualche cosa da guadagnare".
Gli Orbi, erano suonatori e cantori non vedenti di solito guidati da ragazzetti che li accompagnavano. Normalmente andavano in coppia: uno suonava il violino, l'altro una sorta di chitarrone e cantava. Erano riuniti in una Congregazione intitolata all'Immacolata Concezione. Il sodalizio fu istituito, a Palermo, per iniziativa dei Gesuiti, fin dal 1661. Essi svolgevano il compito, approvato dalla Chiesa, di diffondere presso il popolo testi di carattere religioso. Lo scopo, come per gli affreschi e i quadri, era soprattutto quello di diffondere la sana dottrina e di istruire i fedeli analfabeti: storie di Santi, canti della Natività, della Passione. A loro era proibito suonare musiche cosiddette profane: dovevano anzi attenersi scrupolosamente al repertorio scritto dai sacerdoti, uno dei quali fu don Giovanni Carollo, fondatore di una scuola per ciechi a Palermo nel 1871. Egli fu un valente Maestro di musica e stimato compositore di canti religiosi.
Anticamente, si facevano loro elemosine, affinché cantassero i rosari per i defunti il lunedì, le orazioni per le Anime dei Corpi Decollati dal lunedì al venerdì, i Triunfi dei Santi, le "Diesille" (Dies Irae) dedicate a parenti morti, figli, genitori, fratelli, le novene per il Natale. Oggi è scomparsa da tempo la figura degli Orbi, chiamati anche, in alcune zone, "ninnariddari" o "sunatura". Gli ultimi cantastorie di Palermo, la tradizione era ancora viva fino agli anni settanta, sono stati Rosario Salerno, Angelo Cangelosi, Paolo Arrisicato, Salvatore Rizzo e, forse il più famoso, Fortunato Giordano (1905 - 1995). Di lui ci restano alcune splendide registrazioni nelle quali interpreta, con voce serena e commovente, alcuni brani del tradizionale repertorio sacro siciliano. Fortunato perse la vista a causa di una cataratta non adeguatamente curata. Dopo aver svolto alcuni lavori, dal lavapiatti al tecnico di scena, si dedicò al canto a tempo pieno. Curò filologicamente parecchi testi e musiche riportando il proprio repertorio alla purezza della tradizione più antica. Nel 1989, all'età di ottantaquattro anni, si esibì per l'ultima volta nel teatrino di Mimmo Cuticchia a Palermo. Con la sua scomparsa si è poi purtroppo definitivamente estinta questa antica arte popolare.

Marco Bongi

OCCHI APERTI N. 37: L'OCULISTA HANS GOLDMANN

Nel 2021 ricorrerà il trentesimo anniversario della scomparsa del grande oftalmologo ceco-elvetico Hans Goldmann (1899 - 1991). Il suo nome ricorre assai spesso, ancor oggi, negli ambulatori e negli studi oculistici. Portano infatti l'appellativo "di Goldmann" parecchi strumenti da lui inventati o perfezionati: la lampada a fissura, il tonometro di Goldmann, il perimetro manuale di Goldmann, la lente a tre specchi ecc. I pazienti si trovano, dunque, spesso ad orecchiare il nome del grande oftalmologo, ma ben pochi sanno qualcosa sulla sua vita ed attività. Egli nacque a Chomutov, nell'attuale Repubblica Ceca, nel 1899. Studiò presso il locale Liceo dei Gesuiti e poi all'Università Carolina di Praga. Era dotato, fin da piccolo, di una prodigiosa memoria, tanto da poter ripetere, dopo averlo letto una sola volta, tutto il primo canto dell'Iliade. Si racconta che era, soprattutto, appassionato di astrofisica, ma che si convinse a specializzarsi in oftalmologia perché tale scienza, a parere dei famigliari, presentava una maggiore utilità pratica per la vita quotidiana. Dopo aver lavorato a Praga per cinque anni, si trasferì a Berna, nel 1924, svolgendo l'attività di assistente del famoso oculista svizzero August Siegrist. Dopo qualche anno, succedette al maestro e diventò così Direttore della Clinica Oculistica Universitaria di Berna. Iniziò così una lunga e luminosa carriera accademica che si concluse solo nel 1968. Fra le numerose ricerche che portò avanti, vi furono importanti studi sulla patogenesi della cataratta. In tale ambito si ricorda, soprattutto, una celebre disputa circa l'origine della cataratta da energia radiante, anche detta "dei soffiatori di vetro". Il prof. Alfred Vogt, direttore della Clinica Universitaria di Zurigo, sosteneva che l'opacizzazione del cristallino fosse causata principalmente dall'assorbimento diretto dei raggi infrarossi mentre Hans Goldmann era convinto che l'energia radiante giungesse alla lente tramite l'iride. Intorno agli anni '80 infine, dopo numerose verifiche sperimentali, si stabilì che, in un certo senso, avevano ragione entrambi. Il nostro professore si interessò molto anche di uveite e glaucoma, ottenendo risultati molto significativi su entrambi i fronti. Grazie, inoltre, alla collaborazione con la società "Haag-Streit Holding ag", egli riuscì a progettare numerosi strumenti tecnologici innovativi. Migliorò notevolmente la lampada a fessura, inventata, nel 1911, da Allvar Gullstrand. Nel 1954 presentò, per la prima volta, il tonometro che ancor oggi porta il suo nome. Si trattò indubbiamente di un passo avanti fondamentale per la misurazione della pressione oculare e per il monitoraggio del glaucoma. Risale invece al 1959 l'invenzione della lente a contatto con tre specchi che consentiva una misurazione precisa e non invasiva dell'angolo irido-corneale. Molti retinopatici ricorderanno, inoltre di essere stati più volte sottoposti, fino a qualche decennio fa, all'esame del campo visivo con il perimetro manuale di Goldmann. Questo dispositivo fu sviluppato negli anni '40 e consentiva di valutare meglio, rispetto ai sistemi precedenti, le alterazioni del campo visivo periferico tipiche della retinite pigmentosa. Oggi, con l'avvento dei computer, questo metodo appare ormai superato, ma non è difficile trovare, ancora ai giorni nostri, alcuni esemplari del campimetro manuale in studi oculistici privati e pubblici.

OCCHI APERTI N. 37: E CECATE 'E CARAVAGGIO

Iniziamo a pubblicare, allo scopo di renderli sempre più accessibili, alcuni articoli di approfondimento apparsi sul n. 37 della nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti". Iniziamo da un pezzo curioso di cultura popolare partenopea.

Esiste un vecchio proverbio napoletano, o meglio un modo di dire napoletano, che appare curioso e meritevole di una breve ricerca:


"'E CECATE ‘E CARAVAGGIO: ‘NU SORDO P’ ‘E FFÀ ACCUMMINCIÀ E ‘NA LIRA P’ ‘E FFÀ STÀ ZITTE!".


Cominciamo con il darne la traduzione che è: "I ciechi di Caravaggio: un soldo per farli cominciare, ma una lira per farli tacere".
Questa divertente ed icastica antica espressione è usata in primis nei confronti di chi si dimostra restio a parlare, ad esprimere un proprio parere e, per indurlo a sbloccarsi, è quasi necessario offrirgli un piccolo obolo. Costui però, una volta che abbia preso l’abbrivio, si lascia trasportare da un represso desiderio di parlare a ruota libera, facendosi tanto logorroico da diventare fastidioso ed inopportuno. Di conseguenza, per farlo tacere, occorre molto più del primitivo incentivo.
La pittoresca espressione, di cui a seguire chiariremo l’origine, è usata poi, estensivamente e sarcasticamente, nei confronti di chiunque si mostri restio ad iniziare un'attività ed occorra sovvenzionarlo un po’ per incoraggiarlo, ma si sarà successivamente costretti a pagarlo molto di più perché la conduca a termine senza lasciarla a metà.
L’origine di questa graziosissima ed icastica locuzione affonda le sue radici nella storia partenopea dell'Ottocento, precisamente al 1873. In quell'anno il filantropo Domenico Martuscelli Del Duca accolse numerosi giovani non vedenti nella struttura che sarebbe diventata successivamente l’Istituto Martuscelli, ubicato, ancor oggi, in un fabbricato ex convento degli Scolopi e poi dei Barnabiti. Detto istituto, si trovava a Napoli, in piazza Dante, ed era attiguo alla chiesa di Santa Maria di Caravaggio,la quale era stata costruita nel 1627 grazie alle donazioni di un tal benefattore Felice Pignella.
Il tempio venne consacrato alla Natività di Maria e, in seguito, dedicato a Santa Maria di Caravaggio, in ricordo della celebre apparizione mariana avvenuta, in provincia di Bergamo, nel 1432.
La chiesa, a cui era annessa una scuola, fu affidata dapprima ai Padri Scolopi e poi ai Barnabiti. Nel 1873 passò, infine, all'Istituto "Principe di Napoli", poi "Istituto Domenico Martuscelli", dedicato all'istruzione dei giovani non vedenti.
Attualmente, l'altare maggiore è decorato dal dipinto di Gaetano Gigante, raffigurante la Nascita di Maria. Nelle tre cappelle di destra troviamo il dipinto raffigurante San Giuseppe, realizzato da Francesco Solimena, la Madonna della Provvidenza, risalente al XVIII secolo e la Deposizione dalla Croce di Domenico Antonio Vaccaro. Invece, nelle tre cappelle di sinistra, sono conservati il quadro di Sant'Antonio Zaccaria, opera di Luigi Scorrano, la tomba di Beato Bianchi, una statua della Madonna Addolorat e, infine, la tela illustrante l'Apparizione della Vergine alla contadina di Caravaggio, dipinto che, in origine, si trovava sull’altar maggiore.
L’istituto "Principe di Napoli"poi "Istituto Martuscelli" per giovani non vedenti era ubicato nell’ex convento/scuola che faceva corpo unico con la chiesa di Santa Maria di Caravaggio, con la quale era in diretto collegamento tramite una scala/passaggio interno. Gli ospiti dell’Istituto furono detti, popolarmente, ‘e cecate ‘e Caravaggio. Orbene, proprio nel periodo di fine ‘800, vi fu una coppia di giovani non vedenti che, piuttosto che adattarsi ad imparare un mestiere confacente con la loro cecità, preferirono sfruttare le loro doti canore (la natura ti toglie una cosa, ma te ne dà un’altra...) e, armatisi di chitarra e mandolino, che strimpellavano alla meno peggio, presero ad esibirsi con un ridottissimo repertorio che reiteravano, scegliendo segnatamente e quasi stabilmente come teatro delle loro esibizioni un vicoletto sito nei pressi dell’ istituto. Vicoletto i cui abitanti si dimostravano generosi e pazienti, ma non sino a sopportare le ripetitive performances dei due giovanotti. Dopo un po’ , si decisero ad offrir loro un obolo maggiore affinché zittissero o almeno cambiassero zona! All’epoca dei fatti, una lira contava venti soldi, per cui era ben alto il prezzo che dovevano sborsare gli ascoltatori visto che per farli principiare a cantare e suonare ai giovanotti bastava elargire un soldo, ma per farli tacere occorrevano ben venti!

OCCHI APERTI: AUDIO-LETTURA DEGLI ARTICOLI

Abbiamo provveduto a registrare vocalmente, caricandola successivamente sul nostro canale Youtube, una selezione dei principali articoli di approfondimento pubblicati sul numero trentasette della rivista "Occhi Aperti". Si tratta di un servizio volto a rendere sempre più accessibile il periodico. La lettura è stata effettuata da Claudia Demaria. Si tratta, nonostante siano state saltate tutte le notizie di cronaca già apparse sulla newsletter, di un documento sonoro della durata di circa novanta minuti. Invitiamo pertanto i lettori a riservarsi, per l'ascolto, un tempo comodo ed adeguato. Per iniziare dunque l'audio-lettura cliccate qui sotto:

http://www.youtube.com/watch?v=xbuw73DF9AI