OCCHI APERTI N. 39: AMORE NELLA MORTE

Nel cimitero di Salt Lake City (USA) si trova una delle tombe più emozionanti al mondo. Non per la sua monumentalità o per il fatto di essere stata realizzata da un artista famoso. Essa celebra l’amore di un padre per il proprio figlio: la tomba di Matthew Stanford Robinson (23 settembre 1988 – 21 febbraio 1999). Quando Matthew nacque, i medici annunciarono ai suoi genitori, Ernest e Anneke, che il bambino aveva pochissime probabilità di sopravvivere. Era bene rinunciare a qualsiasi speranza, perché poteva trattarsi solo di ore. Matthew, invece, a dispetto delle previsioni, visse undici anni. Meravigliosi e pieni di doni per la sua famiglia. Regalati da un bambino che, nonostante la sua gravissima disabilità, dovuta alle complicazioni durante la nascita (era cieco, paralizzato e riusciva a pronunciare pochissime parole) seppe vivere come un leone il tempo che la vita gli aveva messo a disposizione. Vivace e allegro, riusciva a contagiare chiunque con la sua gioia di essere al mondo. Una creatura speciale, che volò via, nel sonno, con la leggerezza di una piuma. Il suo spirito libero è stato immortalato nella scultura che ne sovrasta la tomba. Non una semplice lapide, bensì un inno alla bellezza della liberazione dai fardelli terreni. Ernest, insieme alla cugina Susan Cornish, ha realizzato la statua (installata nel 2000) facendo in modo che, quell’angolo del cimitero, sia un luogo di ricordi felici e una fonte di ispirazione per coloro che devono affrontare problemi di disabilità. La scultura mostra Matthew nell’atto di alzarsi dalla sedia e spiccare il salto verso l’alto. Nel suo sguardo si può leggere tutta la felicità che ha irradiato intorno a sé e che lo accompagna nel volo verso l’eternità. I milioni di visitatori che, ormai da anni, rendono omaggio alla tomba di Matthew, portano nel cuore l’amore incondizionato che spinge a vivere la vita e ad affrontare il futuro, qualsiasi esso sia. Questo era il desiderio di Ernest: fare il possibile affinché, il contributo di suo figlio al mondo, non venisse mai dimenticato.

Laura Zona

OCCHI APERTI: IN ARRIVO IL NUMERO TRENTANOVE

È stato postalizzato, nei giorni scorsi, il n. 39 della nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti". Anche questo fascicolo, come i precedenti, si caratterizza per la pubblicazione di numerosi articoli di approfondimento. In campo oculistico segnaliamo un contributo sull'optogenetica del dott. Mario Vanzetti, l'intervista alla nota oculista veronese Grazia Pertile, un approfondimento sull'atrofia girata della coroide e una trattazione sulla terapia genica PROQR di Claudio Pisotti e Luca Colombo. Sul piano culturale sono presenti invece un'intervista allo scrittore non vedente Roberto Turolla di Valter Perosino, la rievocazione del poeta rinascimentale Francesco cieco da Ferrara e un pezzo sul romanzo d'appendice ottocentesco "La cieca di Sorrento". La rivista è stata già caricata, in formato PDF accessibile, sul sito internet www.ipovedenti.it e sarà prossimamente disponibile anche in versione audio-lettura sul canale YouTube. Chi desiderasse inoltre avere altre copie cartacee potrà ritirarle gratuitamente presso le nostre sedi.
Pubblichiamo, quì di seguito, l'editoriale di Marco Bongi che apre la rivista.

La notizia, giuntaci lo scorso novembre, che il Torino Film Festival, dopo sette anni di iniziative sull'accessibilità a favore delle persone disabili, non aveva più inserito, nel programma 2021, nessuna proiezione audiodescritta, ci ha sicuramente stupiti e amareggiati. Abbiamo pertanto protestato insieme all'associazione "Più Cultura Accessibile" e ad altre organizzazioni operanti nel settore.
Anche se poi la questione si è parzialmente risolta positivamente, dobbiamo tuttavia, a mio parere, tornare ad interrogarci seriamente sul ruolo attribuito alla cultura, e soprattutto alla cultura cinematografica, all'interno della nostra categoria che comprende gli ipovedenti e i non vedenti.
Avevo già trattato sinteticamente questo argomento nell'editoriale del n. 37 di questa rivista. Allora mi compiacevo del fatto che molti non vedenti si stavano dedicando alla scrittura di libri. Oggi, al contrario, osservo un certo distacco dei medesimi dal mondo dello spettacolo: teatro e cinema soprattutto, forse un po' meno dalla musica.
Si tratta, in parte, di un fenomeno comprensibile. Il cinema è un'arte basata soprattutto sull'immagine, per recarsi nelle sale di proiezione bisogna muoversi nella città fra pericoli, barriere e luoghi sconosciuti, molte pellicole possono essere fruite anche comodamente a casa tramite la TV, il computer o i CD-audio.
Eppure, dopo aver enunciato e analizzato tutte queste attenuanti... rimane ancora l'amaro in bocca e la netta sensazione che i disabili visivi preferiscano sostanzialmente altri passatempi.
Diventa allora quanto mai urgente ribadire con forza il concetto che la cultura, in qualunque ambito, e ancor meglio se ad ampio spettro, è stata e rimarrà anche in futuro, uno dei fattori più potenti di un'autentica integrazione sociale. Il non vedente che sappia parlare, discutere, argomentare, e magari aiutare gli altri ad interpretare un testo, un algoritmo, un documento, sarà sicuramente cercato e non soltanto compatito. Ricordiamolo sempre. Anche per questo sul nostro giornale pubblichiamo spesso articoli impegnativi e in grado di stimolare il dibattito. Il cinema rientra, a pieno titolo, in questa formazione culturale a tutto tondo. Dobbiamo esserne pertanto consapevoli e, anche noi che non possiamo vederne le immagini e i colori, sentirci protagonisti e non solo comparse.

Marco BONGI

 

OCCHI APERTI n. 39 - Dicembre 2021

In questo numero:


- EDITORIALE: "Fruire della cultura per pretenderne l'accessibilità", di Marco Bongi

- POLITICA: "Arrivano i doni di Natale, forse il carbone della Befana", di Pericle Farris

- RICERCA: " Cofinanziato l'acquisto di uno strumento fondamentale", di Luca Colombo e Claudio Pisotti

- MEDICINA: "L'atrofia girata della coroide, una malattia rara ma interessante"

- SCIENZA: "Terapia optogenica, una speranza o una nuova illusione?", di Mario Vanzetti

- INTERVISTA: "Occhi Aperti incontra la dott. Grazia Pertile: una carriera interessante al servizio della scienza", di Davide Cervellin

- PSICOLOGIA: "Barriere sensoriali e psicologiche", di Simona Guida

- CANI GUIDA: "Cammino quindi sono", di Simona Tesio

- MUSICA: "Handel su disco", di Giovanni Tasso

- LETTERATURA: "Roberto Turolla si racconta: musica, scrittura e tanto entusiasmo", di Valter Perosino

- ARTE: "Arte che passione: la storia di Deborah Tramentozzi", di Angela Trevisan

- POESIA: "Francesco cieco da Ferrara, poeta e autore de 'Il Mambriano'", di Marco Bongi

- CULTURA: "La cieca di Sorrento, un'opera di fantasia divenuta un simbolo"

... oltre a tanti altri articoli e rubriche sulla vita della nostra associazione.

SCARICA OCCHI APERTI numero 39 - 2021

PREMIO OCCHI APERTI 2021

La Giunta Esecutiva di APRI-odv ha deliberato ufficialmente l'attribuzione dei Premi Occhi Aperti 2021 a tre personalità che si sono distinte per iniziative di alto valore sociale a favore dei disabili visivi. È stata una scelta difficile ma condivisa da tutti i componenti del collegio. Comunichiamo dunque i nominativi prescelti che sono i seguenti:

- Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia
- Claudio Giulini, titolare di Villa S. Uberto a Busto Arsizio
- Giancarlo Dettoni, addestratore di cani guida

La consegna delle targhe avverrà, secondo modalità da stabilire, in base alle singole situazioni. A causa, infatti, delle difficoltà logistiche ancora determinate dalla pandemia, anche quest'anno saremo costretti a sospendere la tradizionale festa di S. Lucia. Al momento delle singole premiazioni riferiremo dunque le motivazioni ufficiali del riconoscimento.

OCCHI APERTI N. 38: AUDIO-LETTURA

Abbiamo il piacere di presentare ai nostri lettori la versione vocale di Occhi Aperti n. 38, l'ultimo numero della nostra rivista ufficiale. La lettura è stata affidata, per questo fascicolo, alla nostra ottima volontaria Laura Zona di Biella: davvero una bella voce che non si fa fatica a seguire. Il documento, della durata di circa 82 minuti, è stato caricato sul nostro canale Youtube. Ringraziando Laura per la sua disponibilità, inseriamo qui sotto il link per ascoltare la registrazione:

http://www.youtube.com/watch?v=yEewgeibC5Y

OCCHI APERTI N. 37: IL MUSICISTA GIORGIO OSTI

Nel 1901, un giovane studente, aspirante poeta e scrittore, sottopose alcuni suoi scritti all’attenzione di Rainer Maria Rilke, affermato esponente di una cultura cosmopolita.
Perplesso, il Maestro chiese: “Ma,oggi,cosa hai scritto?”. L’allievo rispose: “Oggi nulla”. Il Maestro concluse: “Non sei ancora scrittore” e lo spronò a lavorare quotidianamente.
L’esempio citato, ci porta a presentare il protagonista della rubrica “Rappresentare l’arte” in questo numero della rivista.
Giorgio Osti, associato Apri, è un musicista con una vastissima esperienza.
Alla domanda “Oggi cosa fai?” Osti, come suggeriva Rilke, spiega: “Oggi suonerò uno dei miei strumenti a corde: il banjo a cinque corde. Proviene dalla tradizione nordamericana, ma, precedentemente, dall’Africa, dagli schiavi. Suonato dai neri, ma poi modificato dai bianchi. Sono nate, così, nuove composizioni per nuovi strumenti, alcuni riconosciuti anche per il valore terapeutico. Suonare il banjo, da sempre, mi dà tranquillità. Ho suonato anche la tromba, ma è stato più uno sfizio degli anni dell’infanzia. La tromba non è come la chitarra. Tutta un’altra cosa”.
L’entusiasmo è evidente quando spiega: “Inutile dire che ero partito senza spartito. La mia formazione musicale inizia fin da piccolo, con due genitori appassionati che mi hanno trasmesso questa passione, la voglia di ascoltare, di approfondire, di sentire. Mio papà guardava l’opera musicale lirica. Iniziai a familiarizzare con canto, libretti, recitazione, orchestra, coreografia, scenografia ed infine il pubblico… quest’ultimo, in questo periodo, è distanziato, ma la voglia di fare continua, anzi si rafforza. Nessun virus bloccherà la voglia di esprimere, conoscere, studiare, aiutare ed essere aiutati. Nessuno, inoltre, può censurare l’espressione più generosa al mondo e con effetto boomerang: il volontariato”.
A dodici anni, Giorgio, che oggi di anni ne ha 62, ma non li dimostra, iniziò a suonare il pianoforte. La sua insegnante, francese, era molto esigente e gli impartiva lezioni di teoria, solfeggio e così via. Era bello il pianoforte, ma la musica richiede tecnica e trova la propria espressione nella libertà. La rigidità dell’insegnante contribuì a spingerlo ad un cambiamento. A quattordici anni iniziò, quasi per gioco, lo studio della chitarra. Decisivo, fu l’incontro con la musica folk blues country. Cominciò, così, a frequentare la scuola di formazione musicale di Torino. Studiava chitarra classica con il maestro Luigi Locatto. Oggi affermato liutaio.
Osti conclude: “Nella vita di ognuno c’è sempre una svolta, un punto di rottura e di crescita. Da quel momento, istintivamente, mi sono focalizzato sulla musica tradizionale nord-americana, in particolare il bluegrass, e, quindi, il banjo a cinque corde, poi il mandolino, la chitarra acustica. Il tutto declinato in alcune forme della etno-folk, old time irish. Nell’arco di quarant’anni, ho suonato con molti musicisti americani e non solo, imparando molto”.

Valter Perosino

OCCHI APERTI N. 37: SERGIO CLERICO MOSINA

Sergio Clerico Mosina se ne è andato da circa tre anni, ma, per chi l’ha conosciuto, resta una persona indimenticabile. Le fotografie che lo ritraggono, rimandano l’immagine di un uomo fiero ed elegante. Con lo smoking e il panama bianchi. Proprio come un inossidabile divo di Hollywood. Davanti ai suoi occhi c’era la nebbia. Dentro di lui, invece, un caleidoscopico e affascinante mondo colorato non aveva mai smesso di esistere. Con garbo e delicatezza, ma anche con un carattere caparbio e determinato, Clerico dettava legge. Chi non stava alle sue regole, veniva buttato fuori. Senza tanti complimenti.
Bastava, però, entrare in punta di piedi, con pazienza e perseveranza, ed il gioco era fatto. Affetto da diabete, per lungo tempo, prima dell’esperienza finale in struttura, aveva avuto un ottimo rapporto con gli infermieri domiciliari. A loro aveva saputo trasmettere sensazioni e memorie da tenere nel cuore. “Il diabete” diceva “è un brutto compagno di viaggio! La cosa peggiore è che mi ha tolto la vista… vedo solo ombre…la televisione, ormai, l’ascolto soltanto…mi fa compagnia, come le sigarette…se me le togliete, non mi resta più nulla”.
Quando si raccontava, veniva fuori la sua parte più autentica: i sogni, le avventure incredibili, la vita. Raccontava con stile ironico e dissacrante. Sempre controcorrente. Eppure, le sue parole erano intrise di un amore straordinario. Quello che appartiene ai puri di cuore.
Il suo animo di artista, che per lunghi anni lo aveva reso famoso per le opere ed i manufatti, non aveva cessato di esprimersi nonostante la disabilità visiva. Resta il ricordo legato alle rose di carta crespa che donava agli amici. Le confezionava, già privo della vista, davanti alla persona a cui le voleva regalare. Le sue mani si muovevano rapide, piegando la carta a memoria. Sostituivano i suoi occhi. Per completare l’opera, Sergio spruzzava del profumo sui petali, per renderli ancora più reali. La malattia, alla fine, riuscì a piegarlo. Quando comprese che, per lui, non c’era più tempo, si è lasciato andare.
Oggi le sue rose hanno perso il profumo. Volatilizzato dal tempo, che ha cambiato tante cose. La sua essenza, però, persiste inalterata. A molti ha insegnato a vivere.

Laura Zona

 

OCCHI APERTI: IN ARRIVO IL NUMERO TRENTOTTO

È stato postalizzato, nei giorni scorsi, il n. 38 della nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti". Anche in questo fascicolo sono stati pubblicati numerosi articoli di approfondimento che qualificano notevolmente la testata. Accanto agli aggiornamenti scientifici emersi nel convegno del 10 aprile u.s., ecco una presentazione della coroideremia, una distrofia retinica ereditaria piuttosto rara. Sono inoltre presenti un pezzo sull'ex-oculista, oggi presidente siriano, Bachar Al Assad, una retrospettiva sulla condizione di cecità vissuta dal grande Totò, il racconto del terribile accecamento di massa compiuto, nel 1014, dall'imperatore bizantino Basilio II detto il Bulgaroctono, la recensione del quadro intitolato "Il cieco ed altre figure" di Ubaldo Oppi, l'esposizione del curioso poema ottocentesco "L'ottica esposta in terza rima" e tanti altri articoli sulle attività portate avanti dal sodalizio. Presto sarà disponibile la lettura vocale del testo sul canale Youtube e il PDF scaricabile dal sito internet. Chi desiderasse comunque avere ulteriori copie cartacee della rivista le potrà richiedere alla sede centrale o alle sezioni decentrate.

OCCHI APERTI N. 37: CANI E PANDEMIA

Il cane, come l’uomo, è un animale sociale. Tra i suoi bisogni fondamentali, oltre a mangiare, bere e vivere in un posto caldo e sicuro, vi è anche il bisogno di interazione sia con i membri della sua specie, sia, soprattutto, con il suo compagno umano, che lo ha accolto in casa propria ed ha iniziato con lui un’amicizia fatta di condivisione e momenti di vita insieme. Non per nulla, il cane è stato scelto come guida per le persone con disabilità della vista. Sono magnifici i cani guida che, da decenni ormai, hanno accompagnato e accompagnano in giro per il mondo e le città le persone non vedenti.
Da un anno a questa parte, però, è difficile gestire i cani guida, e non solo in presenza delle restrizioni da COVID19. Come garantire un buon livello di benessere nonostante la difficoltà di fargli fare delle lunghe passeggiate? Come reagiscono al fatto che il loro lavoro in guida si sia notevolmente ridotto vuoi a causa dello smart working vuoi perché molte delle attività che facevamo all’esterno si sono spostate nella dimensione online? Come assicurare allora al cane di sentirsi utile e mettere in campo le sue energie che non può utilizzare quanto prima nel lavoro in guida o annusando a lungo durante le passeggiate? La parola chiave è “gioco”: questa attività, naturale quanto complessa, è la chiave della relazione tra umano e cane, assicurando fiducia, divertimento e, soprattutto, desiderio di passare del tempo insieme. Tempo di qualità, perché fatto di movimento e complicità. Anche in casa è possibile fare moltissimi giochi, a partire dal semplice riporto con la pallina al tira e molla, che consente di giocare stando molto vicini al cane e che, per chi non vede, può dimostrarsi un gioco semplice da fare. Esistono, poi, giochi detti di “attivazione mentale” che è possibile trovare su diversi negozi online o nei Pets shop. Consistono in rompicapo da proporre al cane per raggiungere un obiettivo, ad esempio raggiungere un succulento biscottino. Quelli proposti in questo articolo sono alcuni cenni alle diverse attività che si possono fare con il cane, ma ricordiamoci che ogni cane, anche se guida, è diverso dall’altro, dunque se notiamo che un gioco non viene accolto bene da quel labrador o da quel golder retriever non scoraggiamoci: magari quella corda non è adatta al suo morso e conviene utilizzare un gioco più morbido o una pallina più stimolante. Non dobbiamo avere paura di chiedere ad esperti del settore come scegliere il gioco migliore da proporre al nostro cane: le possibilità sono infinite e questo periodo di chiusure può consentirci anche di informarci maggiormente su siti specializzati o con gli esperti educatori cinofili.
So che nell’arco della giornata abbiamo tante cose da fare e che, quindi, il tempo di gioco con il cane possa essere limitato, soprattutto se siamo stanchi. Il cane può svolgere delle attività anche da solo: i giochi con il naso ad esempio sono molto utili. Prendendo una vecchia coperta, ad esempio, possiamo nascondere i croccantini tra le sue pieghe e proporla al cane che annuserà alla ricerca del cibo e farà tutto da solo, divertendosi e utilizzando le sue energie. Inoltre, esistono in commercio molti masticativi come ossi o stik di bambù, che consentono al cane di scaricare le proprie energie masticando. Lo sapevate che 10 minuti di masticazione per il cane corrispondono a 30 minuti di passeggiata a livello energetico? Cerchiamo i prodotti più adeguati a lui a seconda delle sue inclinazioni e, soprattutto, della sua alimentazione e sbizzarriamoci. Il comitato cani guida di Apri, comunque è sempre a disposizione per suggerimenti o confronti in merito, nella consapevolezza che ogni coppia cane e proprietario è differente e può avere le proprie singole esigenze. Per approfondimenti scrivete pure a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Dajana Gioffrè

OCCHI APERTI N. 37: STORIA DEL BASTONE BIANCO

Tutti conoscono il bastone bianco come ausilio e mezzo di riconoscimento dei non vedenti, ma quanti ne conoscono la storia o sanno chi ne ha introdotto l’uso? Come collezionista di bastoni, tra i numerosi esemplari della mia raccolta figura un bastoncino bianco da donna, di una sobria eleganza, donatomi da una mia paziente con la seguente precisazione: “Apparteneva a mia nonna, non vedente. Glielo aveva donato l’Unione Nazionale dei Ciechi verso la fine gli anni trenta”. Constatando la mia ed altrui ignoranza in proposito, il dono ha mosso la mia curiosità di esperto e, con sorpresa, ho scoperto che l’ invenzione del bastone bianco per non vedenti risale agli anni 1930-31 e si deve ad una nobildonna francese di nome Guilly D’ Herbemont, nata nel 1885. Come per tutte le invenzioni, è necessario un terreno adatto su cui possa svilupparsi il seme di una nuova idea. Eccoci a Parigi: in quegli anni tutti avevano un bastone, oggetto che all’epoca non identificava, come oggi, un portatore di handicap o un vecchio insicuro, ma un complemento di moda senza il quale nessuno sarebbe uscito di casa. Come conseguenza della recente Prima Guerra Mondiale, in città vi erano molti reduci non vedenti per i quali il crescente traffico automobilistico costituiva una minaccia mortale ad ogni attraversamento degli ampi boulevards. Turbata dalla vista dei loro tentennamenti , la nostra contessa sentì l’esigenza di fare qualcosa per rendere sicuri i loro spostamenti. L’idea del bastone bianco le venne osservando i vigili urbani che dirigevano il traffico con un manganello bianco. Contro il parere della famiglia, ella scrisse una lettera aperta al giornale “L’Echo de Paris”, che la pubblicò il 20 novembre 1930. Nel giro di pochi giorni, ricevette l’invito a partecipare ad una riunione in cui erano presenti ministri, autorità delle istituzioni cittadine e rappresentanti delle organizzazioni dei non vedenti, tutti riuniti per valutare il suo progetto. Nell’occasione, non mancarono le voci contrarie: qualcuno propose una fascia da braccio gialla simile a quella in uso all’epoca in Svizzera, mentre un avvocato cieco consigliò sì un bastone, ma di color rosso. Sorse poi il problema del costo e, generosamente, la contessa offrì di fornire lei stessa 5000 bastoni. La notizia venne rilanciata dalla stampa e ottenne un successo considerevole, suscitando l’entusiasmo di tutti i non vedenti parigini. Il 7 febbraio 1931 vi fu la cerimonia ufficiale di presentazione con gran concorso di autorità e stampa. L’ iniziativa ebbe un tale successo, che da tutta la Francia gli altri non vedenti, sentendosi esclusi, reclamarono anche loro il diritto di usufruire di un tale simbolo. Nel giro di pochi anni, l’iniziativa si diffuse rapidamente e la canna bianca fu introdotta ufficialmente da molte nazioni. Tra le prime Belgio, Svizzera, Romania e, a seguire, gli USA e molte altre. Altri filantropi seguirono l’esempio di Guilly D’ Herbemont, donando bastoni bianchi. Come tutte le iniziative di successo, anche questa non mancò di suscitare invidie e rivalità. Pochi mesi dopo la sua introduzione, infatti, un noto medico parigino, nonostante usasse il bastone bianco, fu investito e ucciso. Con l’occasione, il propugnatore del bastone rosso, su un articolo giornalistico, accusò Guilly D’ Herbemont di essere indirettamente responsabile dell’accaduto. Tuttavia, un coro unanime si levò a favore dell’uso del bastone bianco, confortato dalle statistiche che mostravano una netta riduzione degli incidenti in cui erano coinvolti i non vedenti. Gli Inglesi ancora oggi rivendicano questa invenzione, attribuendola a tale James Biggs, che, nel 1921 dipinse il suo bastone di bianco per allertare della sua cecità. Peccato che il suo sia rimasto un esemplare unico, costituendo l’isolata iniziativa di un individuo eccentrico. Negli Stati Uniti, invece, l’invenzione viene attribuita a G.A. Bohnam, presidente del Lions Club, proprio negli anni 1930-31. Tuttavia, in considerazione del fatto che la stampa americana aveva prontamente rilanciato la notizia della iniziativa della nostra contessa, è probabile che, venutone a conoscenza, Bohnam se ne sia fatto propugnatore in patria. Va riconosciuto all’associazione dei Lions di essersi negli anni attivamente impegnata nel diffondere e sostenere l’uso del bastone bianco. Nato come strumento di allerta, il bastone bianco risulta anche utile per saggiare il cammino davanti al non vedente. Con tale funzione, il bastone era già in uso da tempo immemore, come dimostra il bel quadro di Bruegel il Vecchio ”La parabola dei ciechi”. Col tempo, il bastone bianco si è progressivamente allungato ed assottigliato, diventando pieghevole e costituendo un valido strumento per saggiare la strada davanti al non vedente rendendone più sicura la marcia. Anche in questo caso, la guerra è stata il primum movens e, nel 1944, un invalido, R.E. Hoover, fu l’inventore e propugnatore della sua tecnica d’uso. A dimostrazione di come il bastone bianco sia in grado di suscitare in chi lo vede i migliori sentimenti umani di solidarietà, collaborazione e altruismo, concludo con questo episodio personale. Mi trovavo al Santuario di Oropa e stavo scendendo una ripida scalinata. Come mia abitudine, avevo con me un bastone. Nell’occasione un bastone da baleniere, pertanto realizzato con un unico pezzo d’osso di balena. Tre vecchiette, che stavano salendo, incrociando il mio cammino mi rassicurano “Venga tranquillo, non si preoccupi, se ha bisogno di aiuto siamo qui”. Rimango interdetto, poi di colpo comprendo: avendo visto il mio bastone di osso bianco, mi hanno scambiato per un non vedente. Dopo un attimo di esitazione, timoroso di deluderle, confesso che per l’occasione mi sono finto non vedente.

Alberto Zina