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Appio Claudio "cieco": uno statista ipovedente

Risulta senz'altro assai difficile per tutti, storici professionisti compresi, approfondire la vita di un personaggio così remoto come un console romano vissuto fra il IV e il III secolo a.c. Le nostre curiosità culturali sono tuttavia assai solleticate da quel soprannome "il cieco" attribuito dai contemporanei all'eminente uomo politico Appio Claudio. Cosa si nasconde dietro questo epiteto?
Tutte le scarse fonti disponibili ce lo descrivono come tale, in senso fisico. La sua minorazione sarebbe anzi stata causata, secondo la tradizione latina arcaica, che si inserisce a pieno titolo in una linea di pensiero costante fino all'avvento del Cristianesimo, da una punizione divina dovuta al suo desiderio, che oggi chiameremmo "panteistico", di ricomprendere, fra le divinità venerate a Roma, anche idoli provenienti dalla Grecia, dalla Germania e dal mondo celtico. Altre fonti ricollegano invece il castigo al supposto acquisto, nel periodo in cui ricoprì la carica di censore (312 a.C.), del diritto, appartenuto precedentemente all'antica famiglia dei Potizi, di consumare le interiora degli animali sacrificati ad Ercole.
Non mancano del resto, nella mitologia classica, esempi di privazione della vista, dovuti proprio a mancanza di rispetto nei confronti delle divinità. Anchise, ad esempio, padre di Enea ed antenato del fondatore dell'Urbe Romolo, fu castigato in questo modo per essersi vantato della benevolenza di Afrodite e del rapporto amoroso con lei avuto.
Appare comunque storicamente certo che Appio Claudio, console nel 307 e 296 a.C., acquisì la minorazione sensoriale in età matura o senile. Il fatto però che tale disabilità, normalmente piuttosto frequente all'epoca, sia stata considerata così caratterizzante da essere impressa nel soprannome dello statista, può probabilmente significare che lo abbia accompagnato per parecchi anni, anche nel corso della carriera pubblica. Può darsi quindi, visto che non risulta una perdita della vista traumatica o dovuta alle sue attività militari, che l'eminente uomo politico abbia vissuto, prima di giungere alla cecità completa, una fase di ipovisione progressiva.
Nel 304 a.C., ad esempio, si tramanda che egli incoraggiò il suo segretario Gneo Flavio a scrivere, su sua indicazione, un importante trattato giuridico sulla procedura da seguire nelle cause civili.
Può essere questo forse un primo indizio, se non di cecità assoluta, almeno di debolezza visiva incipiente? E' Molto difficile affermarlo con sicurezza. Certo la prassi di avvalersi di scrivani e segretari era assai comune per gli uomini politici antichi. Il fatto però che le fonti sottolinino specificamente che Appio Claudio ordinasse a Gneo Flavio di compilare il trattato potrebbe fornirci comunque qualche labile indizio in questa direzione.
Un altro episodio, tramandatoci da Tito Livio (libro X n. 18) si riferisce al periodo del secondo consolato di Appio Claudio. Il console era impegnato in una campagna militare contro alcune città etrusche ma le truppe, nonostante il carattere fiero e le ottime capacità oratorie del comandante, sembravano non nutrire più molta fiducia nelle sue virtù guerresche..
Egli fu così indotto, o lo fece per lui qualche luogotenente, a chiamare in aiuto l'altro console collega Lucio Volumnio Flamma. Dopo vari tira e molla la vittoriosa battaglia venne quindi condotta congiuntamente dai due capi.
Quale sarà stato il vero motivo del venir meno della fiducia dei soldati? Forse una vista ormai troppo debole per dirigere con successo i movimenti delle legioni in base al posizionamento dei nemici? Anche quì si tratta tuttavia di pure supposizioni
Sta di fatto che comunque lo ritroviamo ormai completamente cieco nel 280 a.C. quando, ormai settantenne, pronunciò in Senato un famoso discorso nel quale incitava i concittadini a non accettare le profferte di pace inviate da Pirro, Re dell'Epiro, dopo la vittoria di Eraclea.
Il nemico si era infatti ormai accampato a Preneste, distante circa trenta miglia da Roma e minacciava di conquistare l'Urbe con i suoi elefanti da combattimento. Gli storici ci riferiscono che il vecchio ex-console, con il capo canuto e gli occhi spenti nel vuoto, arringò coraggiosamente i colleghi e li convinse a continuare la guerra che poi si rivelerà vittoriosa.
Anche Cicerone, nella sua orazione "pro Caelio", ci fornisce infine un breve ritratto del grande statista in età senile. Egli ce lo descrive, nonostante la mancanza della vista, ancora energico e perfettamente in grado di condurre l'amministrazione della casa e dei suoi averi.
Il diritto romano, del resto, non prevedeva alcuna diminuzione automatica della capacità di agire a seguito della cecità. Lo stesso Cicerone ci tramanda anzi la memoria, nelle "Tusculanae", di alcuni dotti giureconsulti non vedenti.
Appio Claudio morì, all'età di quasi ottant'anni, nel 271 a.C. lasciando di sè un ricordo di uomo colto e dedito alla politica nel senso più nobile del termine. Si occupò della costruzione di strade ed acquedotti, risolse alcuni problemi legati alla fonetica latina nelle trascrizioni dal greco e si mostrò aperto verso la cultura ellenistica proveniente dall'Italia meridionale.
A lui viene attribuita una massima, semplice ma assai significativa per l'epoca: "Ogni uomo è artefice del suo futuro". Un motto che ci da senz'altro un'immagine eloquente del suo carattere e ci invita a non abbandonarci mai al fatalismo ed allo sconforto anche nelle situazioni più difficili.

Marco BONGI