Luigi Grotto, il "cieco di Adria"

Non è obiettivamente facile rievocare sinteticamente, cercando di fornirne un profilo equilibrato, la complessa e poliedrica figura di Luigi Grotto detto "il cieco di Adria".  La sua vicenda umana infatti si presta a molteplici letture e, come spesso avviene per i non vedenti, a giudizi storiografici di tenore contrastante, che vanno dall'elogio sperticato e dallo stupore per alcune sue capacità giudicate quasi sovrumane, a valutazioni, al contrario, tiepide o addirittura trancianti circa l'intrinseco valore della sua attività culturale.    

Tenterò allora di iniziare tale presentazione partendo da un documento insolito e francamente sorprendente. Ecco infatti come l'attuale statuto del comune di Taglio di Po, in provincia di Rovigo, descrive lo stemma ufficiale e il gonfalone del paese:

"Lo stemma del comune di Taglio di Po, approvato nelle forme di legge, e composto da un dipinto raffigurante uno sfondo di montagne, e cioè il gruppo del Monviso, un uomo nudo seduto fra le cime tenente, con la mano sinistra, una lastra marmorea e, sotto il braccio destro, un vaso contenente l'acqua del fiume, il fiume Po che sfocia nel mare ed una figura di uomo che punta l'indice, trattasi di Luigi Grotto detto il 'cieco di Adria", che indica dove tagliare per deviare il corso del fiume, un nastro con aquila,  posto sopra il dipinto, recante la scritta latina 'multo animo vidit lumine captus erat' (trad: vide col suo grande animo colui che era stato privato della luce), e infine un nastro, sotto il dipinto, recante la scritta 'Taglio di Po'. 

La suggestiva raffigurazione araldica del comune veneto fa riferimento ad un significativo e stupefacente episodio nella vita del Grotto. Pare infatti provato che fu proprio lui, che non aveva mai visto, a propugnare con energia, presso il Senato di Venezia, il progetto idraulico per il cosiddetto "Taglio di Porto Viro", ossia lo scavo di un canale, lungo circa quattro chilometri, che avrebbe consentito di deviare parte delle acque del delta padano, evitando così le frequenti e rovinose innondazionitipiche di quella zona. Il piano fu poi effettivamente eseguito, secondo le sue indicazioni, fra il 1600 e il 1604, trentacinque anni dopo lo storico discorso pronunciato in Senato il 17 novembre 1569 e quasi vent'anni dopo la morte di lui.   

Ma chi era in realtà questo personaggio che, da quanto sin quì detto, potrebbe sembrare un valente ingegnere o un geniale tecnico idraulico? Pensando a questo episodio ci può venire in mente infatti un'altro insigne ingegnere veneto, vissuto nella prima metà del XIX secolo, Pietro Paleocapa, ministro sotto il Re di Sardegna Carlo Alberto e anche lui non vedente negli ultimi vent'anni della sua esistenza. Il paragone però non appare calzante, non solo perchè l'adriese fu cieco dalla nascita, ma soprattutto per il  fatto che egli viene ancor oggi ricordato essenzialmente come poeta, drammaturgo e musicista.   

Luigi Grotto nacque dunque ad Adria il 8 settembre 1541 da una famiglia agiata e stimata che già aveva dato i natali, e ancora lo farà in seguito, ad apprezzati uomini di cultura, poeti e letterati.     

Dopo soli otto giorni però i suoi occhi vennero purtroppo irrimediabilmente danneggiati da una grave infezione, dovuta probabilmente alla scarsa igiene dell'ambiente dove si era svolto il parto. 

Tutta la sua vita fu pertanto caratterizzata da una cecità pressochè totale che gli consentiva, come afferma lui stesso in una lettera, di distinguere soltanto, a malapena, il giorno dalla notte:    

"M'è rimasto ancor tanto di lustro, nè gl'occhi ch'io, quantunque confusamente, discerno un non so chè della chiarezza del sole, della bianchezza della neve, dell'oggetto dell'ombra, il chè m'è di non poca ricreazione". 

Grazie comunque alle buone condizioni economiche della famiglia, l'educazione del giovane fu curata nei minimi particolari, per merito soprattutto della premurosissima madre. All'età di tre anni perdette il padre e, a seguito di tale evento luttuoso, la vita famigliare si fece più difficile ma, non mancarono mai, al piccolo Luigi, precettori e maestri di ottima levatura, nonchè lettori e scrivani dalla cui collaborazione sempre dovette dipendere in ogni fase della sua esistenza.  

Ciò peserà non poco sul carattere e sull'umore di quest'uomo dall'intelligenza molto pronta e vivace, ma preda spesso di profondi stati di depressione e di forti ma esagerate ambizioni. ciò gli serviva, direbbe forse qualche moderno psicologo, ad esorcizzare e superare la frustrante realtà della minorazione visiva. Così del resto scriveva in un'altra lettera trattando della sua malferma salute:   

"S'io morrò non sarò più costretto a mendicare di casa in casa. Chi mi legga, chi mi scriva, chi mi guidi, chi mi accompagni..." 

Fin da giovanissimo, anche a causa dell'umore ombroso e malinconico, trascorreva le sue giornate in solitudine, dedicandosi unicamente allo studio ed alla riflessione. Apprendeva, ad ogni modo, con grandissima facilità e la sua memoria, grazie al costante esercicio, divenne ben presto formidabile. Essa rappresentava, in un certo qual senso, l'unica biblioteca disponibile, che poteva essere consultata in qualsiasi momento e senza l'aiuto di nessuno.   

Appena ascoltato un testo, anche se assai lungo, era perfettamente in grado di ripeterlo utilizzando esattamente le medesime parole. Egli stesso, in una delle tante missive, si sofferma, con evidente soddisfazione, su questo importante strumento: 

"Coloro che, con pietoso consiglio, si ingegnano per armarmi di pazienza e per fornirmi di conforti contro la perdita grave della luce del giorno, si fermano sulla ricompensa della natura, che mi ha elargito i tesori della memoria".

Destino questo comune a molti ciechi, specialmente prima che si comprendesse come il potenziamento dei sensi e delle facoltà vicarianti non derivava tanto da un dono della natura, quanto piuttosto dall'esercizio e dall'allenamento quotidiano. Già all'età di nove anni iniziò a comporre versi. La sua produzione poetica risulta perciò molto vasta e comprende composizioni di vario genere: sonetti, canzoni, madrigali in sestine, ottave ecc.    

In verità oggi tale produzione non risulta particolarmente valutata dalla critica letteraria. Le si rimprovera infatti di indulgere eccessivamente all'esteriorità e alle mode del tempo, nonchè l'eccessivo sfoggio di un'erudizione giudicata disordinata e superficiale.

Sorprendono tuttavia la facilità e la  naturalezza con le quali il Grotto padroneggiava le parole e la tecnica della versificazione. Era così abile e versatile che si divertiva a scrivere a getto continuo sonetti capricciosi ed altre poesie piene di curiose bizzarrie, bisticci di parole e pazze stravaganze sia sul piano lessicale che immaginativo.     

Tale straordinaria abilità tecnica lo portò a volte, come si è visto, ad accontentarsi di rime giocose su argomenti leggeri, senza curarsi di approfondire ed interiorizzare itemi trattati. 

A titolo di esempio, vi proponiamo questo curioso e significativo sonetto, tratto da un volume di rime pubblicato postumo a Venezia nel 1605. Il carme, dedicato ad una donna chiamata Deidamia, risulta composto di parole inizianti tutte con la lettera D:

Donna da Dio discesa 

don divino Deidamia 

donde duol dolce deriva 

debboti donna dir? Debbo dir diva, dotta, discreta 

degna di dominio 

datane da destrissimo destino 

destatrice del dì dove dormiva 

delle doti donateti descriva 

Demostene, dipingati Delfino 

Distruggemi dolcissimo desìo

di divolgarti disperò dappoi 

diffidato dal durpe desso dire 

Dunque, dacchè dicevol, detti Dio 

dinegami, discolpami, dippoi 

dimostrati degnarti del desire 

Certo sembra di trovarsi più di fronte ad uno scioglilingua che ad una poesia. A tal riguardo ci chiediamo però, senza con ciò voler minimamente interferire con i critici letterari: questo gusto per l'oratoria, per il suono delle parole, questa irrefrenabile tendenza a giocare con esse e a piegarle al capriccio di una mente vivace ed impetuosa, non nascondono forse un retaggio culturale della cecità assoluta e congenita che colpì il poeta?    

Non è difficile del resto notare ancor oggi, specialmente nell'ambiente interno degli Istituti per ciechi, una forte tensione verso l'oralità e il piacere estetico della sonorità verbale, da parte della maggioranza dei non vedenti, soprattutto se la minorazione è stata presente in loro dalla nascita. 

Forse la parola tende a sostituirsi, in queste persone, a ciò che l'immagine, con i suoi colori  e le sue forme, riesce solitamente ad evocare nella mente di chi vede, sia sul piano informativo, che a livello estetico e artistico. L'oralità può allora divenire esasperata nella misura in cui tende a supplire, pur disponendo di mezzi insufficenti, la ricchezza della rappresentazione figurativa e la potenza delle tonalità cromatiche. Chissà! 

Il nostro letterato non vedente viene comunque ricordato, anche se obiettivamente la sua figura risulta oggi quasi del tutto dimenticata, principalmente per le opere teatrali che compose in abbondanza, tragedie e commedie.  Anche quì il suo stile non va molto al di là di quello di un buon imitatore dei modelli classici Plauto e Terenzio. Non mancano tuttavia, secondo alcuni critici, alcuni spunti di originalità, specialmente nella commedia "Adriana", che pare sia stata conosciuta e lodata addirittura dal grande Sheakspeare, e nella tragedia "Dalila", dove la tensione drammatica della vicenda sembra quanto mai riflettere lo spirito, spesso triste ed angosciato, dell'autore.       

Ecco allora, per chi volesse approfondire l'argomento, qualche altro titolo di opere da lui scritte, oggi quasi tutte inedite ed abbondantemente coperte dalla polvere del tempo ma che allora, secondo i cronisti, riscossero un notevole successo negli ambienti colti: "Callisto" favola pastorale, "Il pentimento amoroso" dramma pastorale, "Isaac" rappresentazione religiosa e le commedie ""Emilia", "Il tesoro" e "Alteria".    

Pare ormai assodato, del resto, che la sua commedia "Emilia" abbia suggestivamente ispirato Molieres nell'opera comica "Les Fourberies de scapin".   

Sempre in ambito letterario vengono ancora ricordate una raccolta di poesie in latino, la traduzione dal greco del primo libro dell'Iliade ed un apprezzato commento sul "Decamerone" di Giovanni Boccaccio. Nel 1565 l'Accademia degli Illustrati di Adria, una sorta di associazione culturale che raggruppava i maggiori artisti e scienziati della zona, lo elesse, all'unanimità, suo capo o, come si usava dire all'epoca, "principe.  

Egli era considerato infatti un uomo dall'ingegno multiforme e dalla personalità poliedrica. Oltre che di letteratura si interessava del resto anche di filosofia, diritto e musica. In quest'ultima disciplina eccelleva come suonatore di monocordo e di liuto, strumento, quest'ultimo,     del quale Luigi Grotto era considerato un vero virtuoso e che insegnava regolarmente ad alcuni allievi.

Amava inoltre anche esibirsi come attore. I biografi ci riportano, a questo proposito, la sua partecipazione ad una storica recita svoltasi, durante il Carnevale del 1585, nel celebre Teatro Olimpico di Vicenza. In tale occasione Luigi Grotto interpretò la parte di Edipo nell'omonima tragedia di Sofocle, tradotta da Orsato Giustiniani.   

Non va infine dimenticato il suo costante impegno, per così dire, "politico" o diplomatico, in veste cioè di rappresentante della città di Adria presso le Autorità della Serenissima. Nello svolgimento di questo ruolo, come si è detto, si distinse per l'elaborazione e la perorazione del progetto concernente il taglio di Porto Viro. Ottenne però anche altri benefici ed agevolazioni fiscali a favore della città che lo aveva inviato.  

In alcuni frammenti dei ventiquattro discorsi, da lui pronunciati davanti al Senato Veneto, e pervenutici grazie alla successiva pubblicazione di un volume ad essi dedicato, si possono ritrovare anche cenni, ora ironici, ora dolenti, alla sua condizione di non vedente. 

Così si rivolse, ad esempio, al Doge Pietro Loredano nel corso di una orazione:

"Scusi uno che non aperse mai occhio per aprir libro, nè mai addestrò mano per regger penna". 

Luigi Grotto morì improvvisamente il 13 dicembre 1585, a causa di una grave forma di bronchite contratta dopo uno strapazzo. La sua salute era stata del resto sempre piuttosto gracile e fsoggetta a frequenti alti e bassi.  

Al termine di questo breve excursus ci sembra comunque doveroso riconoscere, al nostro personaggio, il merito di essere stato, al di là del valore assoluto delle sue opere, capace di sconfiggere, in tempi tutt'altro che facili, l'handicap portato dalla grave minorazione sensoriale che lo colpiì alla nascita. Dimostrò anzi abbondantemente una notevole capacità di inserirsi a pieno titolo nella società del suo tempo.  

Giovanni Benvenuti, autore di una famosa biografia dedicata al "cieco d'Adria, indica il segreto del suo successo nell'ambizione personale, nel forte desiderio di fama, nella caparbietà, nel suo voler riuscire sempre in tutto ed a ogni costo, nella sua forza d'animo che gli permise d'innalzarsi con fierezza al di sopra della condizione svantaggiata, di vincere la battaglia contro l'inferiorità fisica e di trovare così un compenso a ciò che gli era stato negato.     

Certo non sempre tutte queste qualità possono essere considerate delle virtù. Ad ogni modo, a distanza di secoli, la scoperta di questo piccolo prodigio non può che commuoverci e riempirci di ammirazione. 

Marco BONGI 

Lacrime per tutta la vita?

Augurare ad un amico di avere "lacrime per tutta la vita" non sembra davvero di buon gusto. Eppure... queste goccioline salate, compagne dei nostri pianti, hanno una loro funzione tutt'altro che trascurabile. Chi non ne ha a sufficenza infatti ha ben poco da ridere! Costoro sono affetti da una vera e propria malattia, chiamata "occhio secco", che provoca infiammazioni della congiuntiva e della cornea ed anche, nei casi più gravi, ulcere ed abrasioni corneali. Ma qual'è la funzione delle lacrime?  Innanzitutto quella di proteggere e tenere ben pulite le parti esterne dei nostri occhi. Esse riducono inoltre l'attrito prodotto dalle palpebre che continuamente scorrono sulla superfice dei medesimi. Ma non mancano anche altri importanti servizi come quello di nutrire l'epitelio corneale, rendere più trasparente la prima lente che raccoglie i segnali luminosi che ci raggiungono e proteggere la stessa dai batteri che potrebbero infettarla. Le lacrime sono, dal punto di vista strutturale, costituite essenzialmente da tre strati. Quello più interno, o "mucoso", ha la funzione principale di rendere più trasparente la cornea, quello intermedio, più acuoso, provvede soprattutto al nutrimento. Vi è infine lo strato lipidico che impedisce la fuoriuscita dalle orbite e l'evaporazione di tutto il liquido. Esse vengono prodotte da varie ghiandole poste nella parte superiore delle cavità orbitali, ricoprono e detergono sia la cornea che la congiuntiva e vengono infine drenate da piccoli canali che le scaricano nel naso. Come si può dunque notare il nostro sistema lacrimale è piuttosto complesso ed il suo malfunzionamento determina spesso inconvenienti tutt'altro che da sottovalutare. L'occhio secco colpisce soprattutto chi ha superato i quarant'anni e chi tiene per troppo tempo le lenti a contatto. Anche il fumo non fa certo bene a chi è colpito da questa patologia. Essa si manifesta con arrossamenti, bruciori, fotofobia e, nelle situazioni più gravi, anche con dolore. L'occhio secco si combatte con l'utilizzo delle cosiddette "lacrime artificiali" che tentano di sostituire, non sempre con successo, l'opera di quelle donateci dalla natura. Anche però il cosiddetto "occhio lacrimoso" o "epifora" non è piacevole. L'eccessiva produzione di lacrime o l'ostruzione dei canali di deflusso può provocare fastidi e disagio. Bisogna allora stare attenti e mantenersi sotto controllo presso il proprio oculista di fiducia. Altrimenti si rischia di dover piangere davvero "lacrime amare"!


Marco Bongi - Presidente Associazione Piemontese Retinopatici e Ipovedenti (A.P.R.I.-onlus)
www.ipovedenti.it - bongi@ipovedenti.it

Uveite, chi è costei?

Ne abbiamo sentito parlare molto spesso in questi giorni per motivi di attualità politica. Parafrasando il Manzoni potremmo affermare: uveite, chi è costei? Ecco allora in proposito qualche sintetica informazione.  Con questo termine in realtà gli oculisti definiscono genericamente un processo infiammatorio che colpisce l'uvea, ovvero la cosiddetta "tunica vascolare" che contorna l'interno dell'occhio. Questa struttura, molto importante e delicata, è posta fra la sclera e la retina, nella parte posteriore, mentre, anteriormente comprende l'iride e i cosiddetti "corpi ciliari". La sua funzione è essenzialmente quella di nutrire il bulbo oculare irrorandolo di sangue. L'infiammazione può essere provocata da agenti esterni (virus o batteri) ma risulta assai più diffusa la forma endogena o autoimmune. Anche alcune malattie sessuali, come la sifilide, possono predisporre i soggetti a contrarre l'uveite. I principali sintomi che portano l'oculista a formulare la diagnosi sono piuttosto vaghi: offuscamento della vista, abbagliamento, dolori oculari, quasi sempre comunque non forti.    Si tratta, in definitiva,  di una patologia grave? In merito possiamo dire che certamente ne esistono varie forme ma, nella maggioranza dei casi, e con questo non vogliamo entrare in polemiche che non ci competono, l'affezione non è da prendere sotto gamba. Le statistiche ci dicono che, nel 15 - 20 per cento dei casi essa può condurre alla cecità attraverso complicanze, come glaucoma, distacco di retina o cataratta, che possono facilmente verificarsi lungo il decorso. Non esiste inoltre una specifica prevenzione efficace. Anche la terapia, che utilizza soprattutto farmaci corticosteroidi somministrati in varie forme, si prospetta assai spesso lunga e complessa. I pazienti debbono sottoporsi, specialmente per le situazioni più gravi, a controlli metodici e frequenti. Non si tratta dunque di una malattia incurabile ma neppure da scherzarci troppo sopra.

Marco Bongi - Presidente Associazione Piemontese Retinopatici e Ipovedenti (A.P.R.I.-onlus)  

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S. Lucia, patrona dei disabili visivi

Oltre che essere conosciuta perchè la sua festa cadrebbe, secondo la tradizione popolare, nel giorno più breve dell'anno, Santa Lucia, martire siracusana del IV secolo, è considerata universalmente la Patrona dei non vedenti. Le ragioni che hanno portato la Chiesa a proclamare questa sua figlia "protettrice della vista" e di tutti coloro che, per i motivi più disparati, hanno perduto tale preziosissimo senso, non sono difficili da identificare.
In primo luogo, il nome stesso della martire "Lucia" evoca direttamente la parola "luce"; essa può essere tradotta dal latino come "illuminata" o "portatrice della luce", intesa sia nel senso strettamente fisico che in quello spirituale.
La sua "passio" inoltre, scritta probabilmente circa un secolo dopo la morte e assai diffusa nel Medio Evo, narra che essa, prima della decapitazione, fosse stata accecata e che i suoi occhi, ancora sanguinanti, le fossero consegnati dai carnefici su un piatto.
In verità la prassi di accecare i nemici o coloro che si macchiavano di taluni gravi delitti, era assai frequente nel mondo antico; si ritiene pertanto che tale pena sia probabilmente toccata anche ad altri martiri cristiani che non accettavano di adorare gli imperatori e gli dei pagani.
Il martirio di Lucia, secondo la tradizione, risalirebbe all'anno 304, sotto il regno dell'imperatore Diocleziano. Quella da lui promossa sarà l'ultima grande persecuzione dei cristiani; da lì a qualche anno infatti, il successore Costantino concederà ufficialmente e definitivamente, tranne che durante la breve parentesi di Giuliano detto l'Apostata, piena libertà di culto ai seguaci della nuova religione. Pare del resto che Lucia stessa avrebbe predetto, in una visione estatica durante il pellegrinaggio, compiuto con la mamma sulla tomba di S. Agata, , la fine imminente delle persecuzioni, poco tempo dopo la sua uccisione.
I non vedenti, nel corso dei secoli, contribuirono non poco alla diffusione della devozione verso S. Lucia. Essi fondarono ovunque, a partire dal Medio Evo,  confraternite e pie congregazioni a lei dedicate ed i cantastorie ciechi, che fino a qualche decennio fa, specialmente in alcune regioni dell'italia meridionale, usavano seguire ed accompagnare le processioni religiose con il loro canto nenioso e ripetitivo, erano soliti rivolgere alla loro protettrice inni e lodi tipici della religiosità popolare.   
Ancora oggi le varie associazioni italiane dei privi della vista, contrariamente a quanto avviene nel mondo anglosassone, che ha proclamato il 15 ottobre "Giornata mondiale del bastone bianco", preferiscono festeggiare il 13 dicembre come "Giornata nazionale del cieco". In tale occasione solitamente vengono organizzate, oltre a solenni funzioni religiose, anche manifestazioni di sensibilizzazione, convegni nonchè ovviamente momenti conviviali e di svago collettivo.
Santa Lucia dunque, a sedici secoli dalla sua morte, continua ad essere onorata ed invocata dal popolo dei ciechi, a dispetto del laicismo dilagante. Tale devozione, pur se semplice e forse "poco teologica" merita comunque rispetto ed attenzione.

Marco BONGI

Come vedono gli animali

Vi siete mai chiesti che cosa vede o come vede il vostro cane quando vi fissa  attentamente in attesa magari del cibo? Saperlo con assoluta certezza è  pressochè impossibile poichè lui, come tutti gli altri animali, non ha l'uso  della parola e non sa leggere il tabellone dell'oculista. In ogni modo sappiamo  con certezza che la struttura anatomica dell'apparato visivo di molte specie  animali differisce non poco da quella umana. Tutti gli animali hanno gli occhi,  dai più piccoli invertebrati, agli insetti, dai pesci ai rettili fino ai  mammiferi come il cane. Ciò che differisce non poco però fra una famiglia e  l'altra è la struttura ed il funzionamento di tali organi.
Per rimanere, ad esempio, al nostro fedele amico a quattro zampe, sappiamo che le sue percezioni visive sono molto più sensibili al movimento che non ai colori. Ciò è dovuto alla maggiore presenza di bastoncelli nella sua retina.
Il cane fatica anche a mettere a fuoco le immagini vicine ma, in compenso, può utilizzare sicuramente un campo visivo superiore a quello umano.
 Gli uccelli ed i  pesci, sempre a proposito del campo visivo, sono in grado di vedere in tutte le direzioni, anche dietro di  sè. in quanto i loro occhi sono posizionati lateralmente rispetto al capo ed il  campo visivo raggiunge senza difficoltà i 360 gradi di angolatura. In realtà,  a prescindere dalle modalità e dall'acutezza della visione, la natura ha fatto  sì che ogni specie animale sia in grado di percepire gli elementi a lei più  utili rispetto al suo habitat ed allo stile di vita.I rapaci, ad esempio,  possiedono una porzione centrale della retina ricchissima di cellule  fotorecettrici molto sensibili alla luce. Questo fatto consente loro, in un  certo senso, di ingrandire moltissimo alcuni particolari delle prede a notevole  distanza.Sono cioè in grado di fare quasi delle "zoomate". Le talpe, al  contrario, riescono ad identificare solo oggetti molto vicini ma anche nel buio  più assoluto delle tane sotterranee  che le ospitano.
Notevoli differenze si registrano inoltre anche rispetto alle frequenze  luminose percepite. Su questo punto alcuni studi hanno chiaramente dimostrato  ad esempio come alcuni tipi di farfalle siano in grado di vedere i raggi  ultravioletti e che tale sensibilità le mette in grado di riconoscere il  proprio partner durante il corteggiamento. Allo stesso modo, attraverso cioè  immagini all'ultravioletto, le api riescono a dirigersi sui fiori contenenti i  pollini più prelibati. Non meno curioso appare il funzionamento dell'apparato  visivo delle mosche. Esse posseggono addirittura centinaia di occhi aggregati  in due grandi ammassi sensoriali. Pare inoltre che non siano in grado di  riconoscere con chiarezza le forme degli oggetti ma possiedano, di contro, una  strabiliante sensibilità al movimento. Mentre infatti la nostra retina riesce  appena a registrare circa 18 immagini al secondo, quella delle piccole mosche  ne può discernere addirittura quasi 200. Ciò consente loro una straordinaria  prontezza di riflessi. Ecco perchè sono così veloci a fuggire quando cerchiamo  di schiacciarle! Sembra infine che alcuni serpenti possiedano sotto gli occhi  anche sei sensori termici e che il loro cervello sia in grado di fondere i  segnali visivi e quelli di calore in un'unica percezione sensoriale. Ciò  consentirebbe loro di identificare con sicurezza le prede più adatte alla  "dieta che si sono imposti" ovvero gli animali vivi a sangue caldo. Davvero  incredibile dunque la perfezione della natura e del suo Creatore!

Marco BONGI

Approfondimenti: quando un pittore perde la vista

La perdita della vista non è certamente un evento piacevole per nessuno. Quando però l'uso degli occhi diviene, come nell'attività del pittore, un aspetto oggettivamente basilare nella vita e nell'attività professionale di una persona, il dramma della cecità acquisita assume, se possibile, un livello di tragicità ancora superiore e, per qualcuno, addirittura insostenibile. Nella storia dell'arte ritroviamo infatti almeno tre importanti pittori che decisero di porre termine, col suicidio, alla propria esistenza uhna volta divenuti completamente non vedenti. Il francese Charles Marchal (1822 - 1877) ad esempio, paesaggista assai noto nell'epoca di Napoleone III, si sparò nel 1877 dopo essere diventato cieco ed aver, di conseguenza, dovuto forzatamente lasciare la sua attività artistica. Preferì invece impiccarsi, tre anni prima, il sempre depresso suo collega Octave Tassaert (1800 - 1874)  che perse la vista a causa di una cataratta non operabile con le tecniche del tempo. All'inizio del XX secolo fu infine la volta di Ernest Chaplet (1835 - 1909)  che, per il medesimo motivo, finì per spararsi in faccia per poi morire dopo una lunga e dolorosissima agonia. Ma per fortuna non tutti i pittori divenuti non vedenti reagirono allo stesso modo. Assai curiosa, in tal senso, appare, per esempio, la vicenda del noto artista spagnolo Antonio Esquivel di Siviglia (1806 - 1857). Egli perse la vista a soli trentadue anni a causa probabilmente di un'affezione di carattere erpetico. Tentò, per ben due volte, di suicidarsi gettandosi nel fiume Guadalquivir ma i suoi amici lo salvarono e lo affidarono alle cure dei maggiori oculisti dell'epoca. Sta di fatto che Esquivel guarì e potè così riprendere la sua attività con grande soddisfazione. Il grande impressionista Claude Monet (1840 - 1926) reagì invece assai più positivamente all'infermità che lo aveva colpito. Egli infatti era già monocolo all'età di trent'anni e successivamente iniziò a peggiorare anche nell'altro occhio a causa della cataratta. Decise allora di dedicarsi alla pittura a grandi dimensioni e realizzò le cosiddette "Grands decorations" nell'orangerie de les Tuilleries a Parigi. Tale opera viene ancora oggi annoverata fra le più importanti della sua vasta produzione. Altri, avendo dovuto purtroppo abbandonare l'attività pittorica a causa della disabilità acquisita, decisero di impegnarsi sul fronte della didattica, scrivendo libri e trattati sulle tecniche delle arti figurative. Fra di essi si ricordano Gerard De Lairesse, cieco dall'età di cinquant'anni, probabilmente a causa della sifilide,  all'inizio del XVIII secolo, Jacwues Paillot De Montabert (1771 - 1849) e la nota artista francese Cecile Donard (1866 - 1941) che divenne cieca a soli trentatre anni. Gerard de Lairesse (1641 - 1711), pittore fiammingo soprannominato "Raffaello olandese",  pubblicò nel 1707, con l'aiuto del figlio che scriveva sotto sua dettatura, il "Grand libre des peintres", un'opera all'epoca divenuta assai famosa e che venne tradotta in molte lingue, tra cui anche il giapponese. Egli trascorse nell'oscurità gli ultimi ventuno anni della sua vita e, dovendo ovviamente abbandonare i pennelli, si dedicò anima e corpo alla didattica ed alla critica. Cecile Donard invece ottenne un gran successo con un libro autobiografico intitolato "Impressioni da una nuova vita". Il nostro paese purtroppo non è da meno nel presentarci storie tristi di pittori colpiti da disabilità visiva. Ne fu afflitto, negli anni della vecchiaia,  secondo Vasari, anche il grande Piero della Francesca (1416 - 1492). Fu poi la volta di Giovanni Paolo Lomazzo (1538 - 1592). Egli, personaggio senz'altro poliedrico ed estroso, una volta divenuto cieco scelse di dedicarsi anima e corpo alla critica, alla filosofia ma anche, chi lo avrebbe mai detto, alla poesia popolare in dialetto ticinese. In questo ambito ci ha lasciato versi spassosi ed originali. Ma il caso italiano forse più penoso fu probabilmente quello della celebre ritrattista veneziana Rosalba Carriera (1673 - 1757). Ella immortalò, con un'ultimo drammatico autoritratto denominato appunto "La Tragedia", gli ultimi sprazzi di luce percepita dai suoi occhi malati. Di conseguenza, a causa di questa disgrazia, condusse nella depressione e quasi nella pazzia gli ultimi anni della sua esistenza.  Molti di più sarebbero naturalmente i nomi e le storie da citare; uno studio in proposito, pubblicato in Francia nel 1999, annovera ben sessanta pittori divenuti ciechi, in varie epoche e per i motivi più svariati. Se il lettore ci passa allora una battuta possiamo dunque dire che nella loro vita, ne hanno davvero viste "di tutti i colori"!

Marco BONGI

Approfondimenti: la storia della ghironda, viola dei ciechi

Chi segue, anche a livello solo amatoriale, la musica tradizionale occitana, rivitalizzatasi da qualche decennio nelle valli piemontesi, dal pinerolese alle Alpi Marittime, certo avrà avuto qualche occasione di ascoltare uno strumento tipico di questo repertorio, ovvero la cosiddetta "ghironda".  Pochi sanno però che questa sorta di "viola" ante litteram, suonata con l'aiuto di una manovella, appoggiandola sulle gambe dell'esecutore, era soprannominata, nei secoli passati, "viola da orbo", o in piemontese, "d' borgno", poichè veniva frequentemente utilizzata da musicanti girovaghi ciechi che emigravano di paese in paese chiedendo l'elemosina.  Davvero curiosa appare del resto la storia di questo strano strumento, sempre in bilico fra nobiltà e rusticità, fra sacralità e povertà. Nato infatti intorno all'anno mille, esso appare dapprima utilizzato in ambito sacro come sostegno al canto liturgico di alcune nuove comunità monastiche, in primis quelle cluniacensi e cistercensi. In quest'epoca veniva denominato "organistrum",era molto grande e doveva essere suonato da due suonatori. Ne esiste una famosa rappresentazione pittorica nel portico della Gloria nella Cattedrale di Santiago de Compostela.  Venne in seguito adottato, con il nome di "symphonia",  dai trovatori medioevali che giravano ininterrottamente fra i castelli e le corti, raccontando in musica le gesta eroiche dei cavalieri e la dedizione alle dame da essi amate. Con la crisi irreversibile però di questa civiltà legata indissolubilmente al modello feudale, in epoca umanistico-rinascimentale, la ghironda decadde, come il mondo che l'aveva partorita e rimase, come detto, tenuta viva quasi esclusivamente da quella sorta di sottospecie di trovatori che fu incarnata per l'appunto dai gruppi di musicisti mendicanti ciechi. In quel periodo storico del resto, era assai diminuito anche il livello di considerazione sociale accordato alla mendicità, sistema di vita interpretato nel Medio Evo quasi come un modello di santità e avvalorato, ad esempio, dalla nascita dei cosiddetti "ordini mendicanti" francescano e domenicano. A partire dal XV secolo invece, e tale opinione si è poi conservata fino ad oggi, chi si sostiene grazie alla carità altrui, viene piuttosto concepito come un peso per la società ed uno sbandato da emarginare. La ghironda, di conseguenza, perse in questo periodo, ogni aura di nobiltà e sacralità; veniva considerata quasi un simbolo di immoralità e sporcizia.  Fu però grazie a questi "ultimi", e a tali poveri artisti di strada, che la ghironda potè conservarsi e risorgere come strumento di musica colta a partire dalla metà del seicento. Da questo momento infatti l'antica "viola da orbo" rientrò nuovamente nelle corti e nei salotti musicali alla moda come espressione della cultura arcadico-pastorale allora in voga.  La utilizzarono, per non poche opere, alcuni compositori di primo piano come Lulli, Cherubini e Vivaldi. A partire infine dall'età romantica la ghironda tornò ancora una volta, e definitivamente, alla musica popolare folkloristica. Nel corso di tutto l'ottocento divenne nuovamente uno strumento, per così dire, "plebeo", che accompagnava i canti e le danze degli artisti di strada, specialmente provenienti dalla Savoia e, fra di loro, non mancarono ancora i musicisti non vedenti. Oggi la possiamo ascoltare in numerose incisioni discografiche dei gruppi occitani. Gustandone però il suono aspro e forse un po' primitivo, non dimentichiamo la sua lunga storia ed i meriti culturali di quei suonatori privi della vista che ce l'hanno trasmessa.

Marco Bongi

Approfondimenti: Didimo, un maestro di 1700 anni fa

Quando, e ciò accade non di rado, mi tocca sentire affermazioni categoriche come: "prima dell'illuminismo e dei grandi filantropi del XVIII secolo, per i ciechi esisteva solo la mendicità, la miseria ed una condizione di vita equiparabile agli animali", francamente non so se indignarmi o mettermi a ridere. Se non temessi di apparire un po' troppo provocatorio, mi sentirei anzi quasi di ribaltare completamente, con buona pace dei tiflologi ufficiali, questa teoria sostenendo che, forse mai come nell'antichità classica e nel Medio Evo, i non vedenti godettero di rispetto, considerazione e di un ruolo sociale tutt'altro che trascurabile. Per avvalorare dunque questa affermazione, che a molte persone apparirà probabilmente assai strana, inizierò a presentare, sia pur brevemente, alcune figure di celebri ciechi antichi che, malgrado la loro menomazione, riuscirono a lasciare tracce, non di poco conto, nella lunga storia dell'umanità. Oggi ci occuperemo dunque di un grande padre della Chiesa e cioè del celebre teologo Didimo di Alessandria detto, per l'appunto, "il cieco". Per chi non è molto esperto di filosofia e di storia antica, vorrei semplicemente ricordare che viene generalmente identificato col nome di "patristica" tutto quel vastissimo movimento teologico dei primi secoli dell'era cristiana, durante il quale vennero affrontati, sviscerati e alla fine definiti, tutti i principali dogmi che stanno alla base della nostra Religione. Didimo visse proprio nel pieno di questo fecondo periodo culturale. Nacque ad Alessandria (oggi d'Egitto) nell'anno 313 ed in questa grande metropoli, che allora rappresentava la capitale universale del sapere, egli condusse tutta la sua lunga esistenza. Una vita ascetica, eremitica per molti anni  e indubbiamente santa tanto che risulta venerato come tale dalla Chiesa Ortodossa greca. Fin dalla prima infanzia, da quando cioè aveva quattro anni, fu colpito da cecità assoluta ma ciò, come riferiscono i cronisti dell'epoca, non gli impedì di costruirsi una vastissima e profondissima erudizione. Certamente egli avrà avuto a sua disposizione molti lettori e scribi, per la consultazione di testi e la stesura dei suoi numerosi scritti. Non vi è dubbio però che il nocciolo della sua sapienza risiedesse soprattutto nelle prodigiose capacità di memoria e nella non comune intelligenza speculativa testimoniate dai molti allievi che formò. Per la grande stima e l'ammirazione di cui era circondato, nonostante la mancanza della vista e il fatto che fosse laico, fu nominato direttore della più importante scuola teologica di Alessandria, la famosa "Didaskaleion". Negli oltre cinquant'anni in cui diresse questa importante istituzione, ebbe fra i suoi discepoli nomi illustri come San Rufino, Santa Paola  e il grande San Girolamo, ossia colui che tradusse per primo la Sacra Scrittura in lingua latina. Il medesimo San Girolamo ebbe sempre una spiccata venerazione per il suo maestro.  Egli non di rado lo menziona in numerose opere e ne tradusse alcuni scritti dal greco in latino, fra cui quello che viene considerato il suo capolavoro teologico, il trattato sullo Spirito Santo. Didimo di Alessandria scrisse molti libri, sia a scopo didattico, sia per difendere la purezza della Fede dagli attacchi portati dagli eretici ariani che negavano, in quell'epoca, la natura divina di Gesù Cristo. Alla sua attività di insegnante vanno certamente ascritte le numerose opere esegetiche, riguardanti cioè il commento e l'interpretazione dell'Antico e Nuovo Testamento. Fino a qualche decennio fa di esse si avevano solo notizie indirette attraverso le testimonianze di San Girolamo; nel 1941 però, nel corso di scavi archeologici condotti a Toura, in Egitto, furono rinvenuti numerosi papiri contenenti ampi stralci di tali opere. Da ciò si deduce che il metodo interpretativo usato dal dottore alessandrino fu quasi esclusivamente quello allegorico, ovvero quello che attribuisce ai testi biblici significati più ampi rispetto alla mera comprensione letterale. In campo teologico, fino a qualche anno fa, veniva unanimemente attribuito a Didimo un grosso trattato, in tre libri, dedicato alla SS. Trinità. Tale lavoro, di cui oggi alcuni studiosi mettono però indubbio la paternità, fu ritrovato e pubblicato nel 1769 a cura del canonico G. L. Mingarelli. Esso contiene considerazioni molto approfondite sul mistero trinitario, nonchè forti attacchi alle dottrine degli ariani, semi-ariani e manichei. Altre opere a lui attribuite sono il "Adversos Manicheos" (contro i Manichei), il IV e V libro del ponderoso trattato "Contra Eumonium" ed altri scritti minori di dogmatica. In campo morale Didimo fu certamente un discepolo di S. Atanasio e di Origene. La vicinanza spirituale però con quest'ultimo patrista fu anche probabilmente una delle principali cause della perdita di molte sue opere. Alcune tesi di Origene infatti furono condannate dal Concilio di Costantinopoli del 553 e, di conseguenza, anche gli scritti di coloro che avevano seguito la sua impostazione di pensiero, caddero in parte nell'oblìo e nel sospetto. Non è certo questa la sede ove si possa comunque discutere l'ortodossia e il valore teologico del pensiero di Didimo; mi stava semplicemente a cuore dimostrare, e queste poche note ritengo che siano più che sufficenti, l'importanza culturale del nostro personaggio ed il significato storico del suo ruolo di docente di altissimo livello, esercitato, per molti anni, verso coloro che vedevano. Oggi, al contrario,  nella società tecnologica del Terzo Millennio, molti si stupiscono che in Italia vi siano poche decine di insegnanti ciechi operanti nella scuola di Stato e, anche questo limitato traguardo, risulta assolutamente precluso ai non vedenti in quasi tutti i paesi giudicati più avanzati, come Francia, Gran Bretagna, Germania ecc. Come la mettiamo? Didimo di Alessandria morì, dopo una vita lunga ed ascetica, nel 398 ed ancora oggi, a distanza di quasi 1700 anni, ci fornisce un esempio e uno sprone per il futuro.

Marco BONGI

Approfondimenti: l'abacinamento: una delle pene più feroci praticate nell'antichità

Pochi oggi la ricordano, ma l'esistenza di questa pratica è chiaramente attestata in numerosi documenti storici. Stiamo parlando della privazione violenta della vista, anche detta  "abbacinamento", fu per secoli una delle pene più feroci ed inumane applicate, soprattutto in guerra, a nemici ed avversari politici. Questo supplizio, pare di origine cartaginese, ma applicato in larga scala in età bizantina, consisteva nell'accecamento della vittima ottenuto, od obbligandola a guardare a lungo il sole con gli occhi forzatamente aperti, oppure, ancor peggio, posando sulle povere cornee spilloni od altri oggetti metallici roventi. Da quì deriva appunto il termine "abbacinamento", espressione antica che oggi definiamo "abbagliamento", e cioè l'impossibilità di vedere a causa della forte luce Non mancano, sul punto, terribili e impressionanti testimonianze storiche. E' necessario comunque, all'inizio di questa breve trattazione, precisare che non ci stiamo riferendo alla cosiddetta "legge del taglione" che consiste nella regola, di natura risarcitoria, e quindi oggi diremmo civilistica, dell'occhio per occhio, dente per dente. In questo principio, espresso chiaramente già nel codice di Hammurabi (XVIII sec. a.c.), il riferimento alla privazione della vista assume un significato essenzialmente esemplificativo e sta ad indicare il criterio di proporzionalità fra il danno arrecato e il risarcimento garantito dalla legge. Ben diverso appare invece il discorso relativo alla pratica di privare i nemici del bene della luce, in senso penale e vindicatorio, così come emerge in numerose testimonianze antiche e medioevali.  Il poeta latino Orazio racconta, ad esempio, come fra le torture inflitte all'eroe romano Attilio Regolo (299 - 246 a.c.), prima della condanna a morte, ci  fosse stato anche il taglio delle palpebre e il successivo suo accecamento da parte del sole. Nei secoli successivi le cronache ci ricordano però episodi ancor più truculenti. Uno dei più terrificanti ci è stato tramandato dallo storico Giovanni Skylitzes e si riferisce alla battaglia di Kleidion, combattuta, nell'anno 1014, fra l'imperatore bizantino Basilio II (958 - 1025) e l'esercito dei bulgari. Basilio, dopo la vittoria, catturò ben 14.000 soldati nemici, li fece dividere in gruppi da cento uomini e, una volta legatili in fila indiana, fece accecare tutti i prigionieri, dal secondo al centesimo di ogni gruppo. Al capofila fu invece riservata una sorte più clemente: venne abbacinato solo da un occhio affinchè potesse condurre i suoi compagni di sventura fino all'accampamento bulgaro.   Si dice che lo czar Samuele, visto quello strazio, sia morto di crepacuore pochi giorni dopo. Ma già oltre due secoli prima gli imperatori di Costantinopoli si distinsero negativamente per la loro perfidia, scaricata, cosa davvero incredibile, addirittura sugli occhi dei loro famigliari.  Davvero emblematica, in tal senso, appare la vicenda dell'imperatore Costantino VI (771 - 797). Egli fu, con tutta probabilità, fatto accecare, su ordine della madre Irene che, avendogli fatto da tutrice negli anni della minore età, si era evidentemente ben abituata al potere da mal sopportare di doverlo cedere al figlio. Ella condivise il regno con Costantino per alcuni anni ma si adoperò continuamente per alienargli le simpatie dei sudditi e dell'esercito.  Ma nel breve periodo del suo impero anche al giovane Costantino non difettò certo la crudeltà. Nel 789 infatti egli riuscì a sventare una congiura ordita da suo zio Niceforo e, non sentendosela evidentemente di ucciderlo, optò per la condanna alla privazione violenta della vista.   Chi di spillone rovente ferisce dunque, spesso di spillone rovente perisce! Qualche secolo dopo possiamo altresì narrare la storia del Re serbo Stefano III Decanski (1285 - 1231). Egli, nel 1314 fu accecato dal padre Stefano II Milutin (1253 - 1321) che temeva una ribellione, da parte del principe ereditario, allo scopo di affrettare la successione. La legge bizantina infatti impediva l'incoronazione di un sovrano non vedente. Le cronache del tempo, forse in parte romanzate, riportano che al giovane principe, dopo aver subito il supplizio, apparve in sogno San Nicola che lo rassicurava  dicendogli che avrebbe recuperato miracolosamente la vista. Di fatto, nel corso del successivo esilio a Costantinopoli, ci si rese conto che il nobile rampollo, forse per la pietà del carnefice, era soltanto ipovedente e quindi, alla morte del padre, potè salire al trono di Serbia nel 1322. Morirà, strangolato per ordine del figlio Stefano IV  Dusan (1308 - 1355), nel 1331 e la Chiesa Ortodossa serba lo venera come santo. Se ci spostiamo comunque più ad occidente notiamo come la barbara pratica di togliere la vista agli avversari vinti, seppur più limitatamente, venne purtroppo messa in opera anche in Italia. Sicuramente venne accecato, prima di morire a causa della mutilazione, il barone siciliano Matteo Bonello che, nel 1161, aveva guidato una violenta rivolta contro il re Guglielmo I di Altavilla. Il grande imperatore Federico II di Svevia (1194 - 1250), dal canto suo, non si mostrò più clemente verso i nobili che avevano tramato contro di lui nella "congiura di Capaccio"  del 1246. Dopo averli infatti catturati, al termine di un assedio durato tre mesi, ne fece accecare circa centocinquanta, prima di ucciderli fra orrendi patimenti.  La triste rassegna storica potrebbe continuare a lungo ma non vorremmo risultare ripetitivi. Non è però possibile passare sotto silenzio la macabra impresa compiuta dall'ammiraglio Ruggero di Lauria (1250 - 1305). Egli, nel 1285, fu impegnato in dure battaglie navali, al servizio degli Aragonesi che erano stati attaccati dal Re di Francia Filippo III l'Ardito (1245 - 1285). Dopo aver rotto, con abili manovre strategiche,  l'assedio di Gerona, Ruggero catturò numerose navi nemiche facendo molti prigionieri. I trecento feriti furono legati ad una gomena e, dopo essere stati trascinati al largo, vennero tutti annegati.   I duecentosessanta ancora sani invece, prendendo esempio evidentemente dall'imperatore bizantino Basilio II, Vennero abbacinati tutti meno uno. Il "fortunato" subì la mutilazione di un solo occhio ed ebbe l'incarico di accompagnare tutti i suoi colleghi dal Re di Francia. Non osiamo immaginare lo spettacolo di quella lugubre ed inumana processione. Vorremmo concludere ricordando infine un noto episodio letterario di abbacinamento riportato dallo scrittore francese Jules Verne (1828 - 1905) nel suo famoso romanzo "Michele Strogoff". Il racconto ci presenta Michele, inviato dello Zar, nel momento in cui viene catturato dai ribelli tartari. Questi gli sottraggono la lettera che lui  doveva consegnare e poi lo accecano per renderlo innocuo. Ma l'eroe, finalmente una storia a lieto fine, riesce a non riportare alcuna mutilazione ma si fingerà cieco, nelle scene successive, per ingannare i nemici.  Una ragione sicuramente validissima per simulare la mancanza della vista, certo assai più giustificabile di chi oggi si comporta in questo modo solo allo scopo di percepire una pensione immeritata! Ma, scherzi a parte, possiamo davvero rallegrarci del fatto che ai giorni nostri, tranne forse presso alcuni marginalissimi popoli primitivi, la pena dell'abbacinamento sia stata definitivamente abbandonata dagli uomini, almeno se intesa in senso volontario. Si dovrebbe infatti forse parlare dei danni alla vista prodotti dai gas e dalle armi chimiche ma questo discorso, in parte diverso, ci porterebbe assai lontano.

Articolo pubblicato sulla rivista "IPOVISIONE", organo ufficiale della Low Vision Accademy n 40 - Maggio 2012

Marco BONGI

Approfondimenti: Augusto Migliavacca, musicista non vedente

Migliavacca: chi era costui? Confesso di essermi posto la domanda più di una volta, già da ragazzo, specialmente dopo aver sentito annunciare o eseguire la celebre mazurka variata che porta il suo nome. Esistono infatti la tarantella di Rossini, l'adagio di Albinoni, l'alleluja di Handel, il valzer di Strauss, il minuetto di Boccherini, lo Stabat Mater di Pergolesi e via di questo passo.. Tutti brani piuttosto famosi accostati, per la loro emblematicità, a musicisti noti o comunque non completamente sconosciuti. Ma... quel Migliavacca, autore di un pezzo esaltante e tanto eseguito nelle balere, chi era? Donde veniva?  Il cognome aveva certo un suono popolareggiante. Forse uno strumentista dell'Orchestra Spettacolo Casadei? Magari un celebre ballerino della costa romagnola? Macchè! Un bel giorno, quasi per caso, scopro la vera identità del misterioso personaggio e, colmo dei colmi, vengo a sapere che era addirittura un non vedente come me. Davvero curiosa dunque la sua vicenda umana che, quì di seguito, proverò a tratteggiare sinteticamente. Augusto Migliavacca nacque a Parma nel 1838. Di origini umili pare che sia nato cieco o che comunque abbia perso la vista in tenerissima età. Mostrò ben presto una spiccata predisposizione verso la musica e, sia pur senza ricevere in questa materia una istruzione regolare, imparò a suonare il violino da autodidatta, raggiungendo però una notevole abilità tecnica. Divenne quindi quello che oggi si definirebbe un "musicista di strada" ed iniziò a percorrere, accompagnato da colleghi vedenti, le contrade delle città e dei villaggi vicini. La figura del suonatore cieco, una sorta di giullare cantastorie, era ancora assai diffusa nel XIX secolo e, in Sicilia, ne riytroviamo esempi significativi, specialmente in ambito religioso, fino addirittura agli anni 1960.  Le cronache dell'epoca ci riferiscono, sia pur in modo scarno, di una sua trasferta, durata forse qualche anno, nelle cascine ed osterie piemontesi. Pare fosse accompagnato, in questa sorta di "tournèe" da un chitarrista scalcinato che certo non gli consentiva di mettere in adeguato risalto i suoi virtuosismi violinistici.  Tornò quindi in Emilia e proseguì la sua carriera errabonda assieme agli amici Giuseppe Ferrari, anch'egli violinista,  e Bartolomeo Marchesi, violoncellista,  con i quali diede vita al "Trio Migliavacca". Questa fu la formazione con cui lavorò e questo fu, di conseguenza, l'organico per cui venne composta la celebre mazurka, che originariamente portava il titolo di "Flora". Non si tratta dunque, come appare oggi, di un pezzo virtuosistico per fisarmonicisti. Augusto suonava il violino e cantava, i colleghi ne sostenevano le evoluzioni con l'accompagnamento armonico. Gli abitanti di Parma iniziarono presto ad amare e apprezzare colui che il celebre critico Carlo D'Ormeville soprannominò "il Paganini dei suonatori ambulanti". Nelle sue esecuzioni si percepivano del resto chiaramente un intuito musicale ed un sentimento artistico non comuni. Scrisse di lui anche il noto giornalista musicale Filippo Filippi nelle sue corrispondenze dalla città emiliana in occasione della prima rappresentazione italiana dell'Aida di Giuseppe Verdi. Anch'egli ne lodò l'abilità tecnica e la geniale vena compositiva. Alcuni aneddoti testimoniano ampiamente di questa stima da parte dei parmensi.  Si ricorda, ad esempio, una celebre pubblica sfida fra il Trio Migliavacca ed un'analoga formazione di un certo Zinzani. In palio c'era il diritto a potersi esibire in alcuni fra i più frequentati locali del centro. I nostri prevalsero ampiamente a furor di popolo e, da quel momento, nessun rivale riuscì ad intaccare il loro primato. Nel 1883 invece Augusto, che comunque rimase sempre povero, si ammalò gravemente di pleurite. Il quotidiano "La Gazzetta di Parma" aprì allora una sottoscrizione per venirgli in aiuto e donargli, fra l'altro, un nuovo violino. Aderirono molti lettori e la somma fu raccolta in breve tempo.  Potè così tornare alle sue esecuzioni di valzer, mazurke, polke, alcune delle quali sono giunte fino ai giorni nostri in edizioni a stampa che meriterebbero di essere ordinate e magari ripubblicate. Migliavacca morì nel 1901 e fu purtroppo, così come nella vita, piuttosto sfortunato anche nella morte. Quello si rivelò infatti un anno poco felice per lasciare questo mondo, specialmente per un musicista parmense. Pochi mesi prima scomparve, manco a farlo apposta, addirittura Giuseppe Verdi e tale evento inevitabilmente schiacciò ed oscurò il cordoglio per il violinista non vedente. E la concorrenza del grande operista di Busseto perseguitò il povero Migliavacca anche nel centenario del 2001. Nessuno, neppure allora,  si ricordò di lui, nè a Parma, nè altrove.  Dopo la morte anzi non mancarono i tentativi di scippargli anche la paternità della celeberrima mazurka variata. Quando, nel 1927, la casa discografica Columbia la incise per la prima volta confuse addirittura il nome dell'autore con il titolo del brano definendola "Migliavacca mazurka".  Si innestò dunque una lunga controversia giudiziaria promossa dagli eredi che si concluse soltanto nel secondo dopoguerra con il pieno riconoscimento della sua paternità artistica. Parma comunque giunse a dedicargli una via ed una lapide commemorativa in suo onore è affissa ancor oggi sotto i portici del cimitero cittadino.   Ecco dunque risolto il dilemma iniziale circa la reale identità di questo personaggio fundamentalmente sconosciuto; magari una gloria "minore" per la musica ma comunque un esempio e un modello di ingegno per tanti disabili visivi desiderosi di conoscere meglio il proprio passato. Non resta allora che sintonizzarsi su qualche emittente popolareggiante ed attendere di ascoltare l'inconfondibile cascata di note che caratterizza il pezzo inscindibilmente unito al nome del nostro autore. Non sarà un'attesa troppo lunga, ve lo garantiamo! 

Articolo pubblicato sulla rivista "IPOVISIONE", organo ufficiale della Low Vision Accademy, n. 39 - Novembre 2011

Marco BONGI