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Comunicato stampa sulla trasmissione di Massimo Giletti del 6 Aprile 2014

Fazioso, arrogante, insolente ed assolutamente insensibile ai problemi reali dei disabili visivi. Così, in estrema sintesi, potremmo definire l'ennesimo inqualificabile show del giornalista RAI Massimo Giletti che domenica 6 aprile, nel corso della rubrica televisiva "L'Arena", è tornato ad inveire, con incredibile superficialità, contro le persone, per altro già assolte, da lui in precedenza accusate di essere "falsi ciechi".
L'Associazione Pro retinopatici e Ipovedenti (A.P.R.I.-onlus) non può dunque che stigmatizzare un tale comportamento così ottuso:
"Ci sentiamo offesi ed umiliati" - dichiara in proposito il presidente Marco BONGI - "La nostra categoria viene presa a bersaglio di una campagna denigratoria a senso unico e non ci vengono date concrete possibilità di replica".
E prosegue ...:
"Oggi il giornalista è costretto a prendere atto che la legge considera, nella definizione di "cecità" parziale o totale, anche il campo visivo. Egli ne prende atto ma..., subito dopo, ricomincia a sostenere ossessivamente che: "Un cieco non può muoversi da solo" oppure, "se i ciechi sono così autonomi perché debbono prendere l'indennità di accompagnamento?".
Ecco allora alcune risposte molto semplici:
1 - Il termine legale di "cieco" non corrisponde al significato comune della parola. Del resto anche in molti altri casi il diritto si esprime tecnicamente in modo parzialmente diverso dal linguaggio della strada. Giletti, tanto per fare un esempio, ha mai visto dei morti che respirano o con il sangue che circola? Eppure tutti sanno che gli espianti di organi vengono effettuati, per effetto di una definizione artificiosa di morte legale, su soggetti con il cuore battente.
2 - Coloro che conservano un minimo visus, ma hanno un campo visivo ristrettissimo, al di sotto del 3%, sono considerati legalmente ciechi perché, pur godendo, sul piano puramente fisico, di una situazione leggermente migliore, devono invece soffrire, in ambito psicologico, uno stress enormemente più grave. Si tratta infatti di malattie degenerative ingravescenti e chi ne è colpito vive spesso uno stato depressivo assai più profondo di chi è giunto alla completa oscurità.
3 - Queste persone, ad esempio, hanno dovuto forzatamente rinunciare al proprio lavoro e non hanno mai avuto accesso alla formazione professionale dei ciechi congeniti in senso stretto.
Provi a pensare, caro Giletti, ad una situazione come la seguente e tutt'altro che rara:
Un camionista, con moglie e figli, è colpito da retinite pigmentosa e non può più guidare. Il suo campo visivo è ormai tubolare e non ci sono per lui prospettive di guarigione. Cosa farà? Non può imparare il Braille perché magari ha i polpastrelli delle dita rovinati dal duro lavoro manuale, non sa nulla di informatica, non ha una formazione culturale adatta per l'inserimento occupazionale nelle professioni tipiche dei non vedenti, vive uno shock psicologico tremendo e, cosa purtroppo comprensibile, si vergogna di mostrare apertamente la sua condizione di handicap e cerca di nasconderla..
Un giovane, nato cieco, che non percepisce alcun stimolo visivo, ha imparato invece il Braille da piccolo, usa correntemente il computer con la sintesi vocale, circola da solo per la città utilizzando il bastone bianco, svolge onorevolmente la professione di centralinista telefonico o fisioterapista, professioni per le quali è stato formato al termine del suo curriculum scolastico.
Qual'è, signor Giletti, la situazione oggettivamente peggiore? Dove lo Stato ha il dovere di intervenire con assoluta urgenza?
L'A.P.R.I.-onlus è consapevole che, come in passato, non otterrà risposte di sorta. Giletti ospita soltanto chi vuole lui ed alle sue condizioni. L'associazione intende tuttavia rivolgere un appello agli organi di informazione del territorio affinché, conoscendo la serietà e l'impegno del sodalizio, l'aiutino a divulgare il pensiero di tanti ipovedenti gravi.
A cura dell'Ufficio Stampa A.P.R.I.-onlus
Per ulteriori informazioni: tel. 360 - 77.19.93.