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DAL CAMERUN UN MESSAGGIO DI SPERANZA

E dunque, almeno per ora, ce l'abbiamo fatta... La biblioteca per ipovedenti "Le Pavilon Blanc" ha iniziato a funzionare e la cosa non può che riempirci di soddisfazione. Durante la mia ultima missione africana, certamente la più difficile e delicata, non avete potuto leggere i consueti commenti direttamente dal campo operativo. Il motivo è molto semplice: non vi era alcun collegamento web e le comunicazioni dunque potevano avvenire solo tramite telefono.
Non sono mancate tuttavia, al mio ritorno, persone che mi hanno chiesto di esporre impressioni e sensazioni. La prima considerazione è sicuramente relativa alla consapevolezza di aver fatto una cosa bella ed importante.
Contemplando infatti i tredici video-ingranditori ordinatamente allineati intorno ad una delle stanze della Biblioteca "Le Pavillon Blanc" non ho potuto non pensare alla provenienza della maggioranza di tali dispositivi: le cantine polverose di molti disabili nostrani.
Già... perché, lo sappiamo bene, che parecchi ipovedenti si fanno prescrivere, a man bassa, ausili di questo tipo e poi, all'atto pratico, non li usano e li dimenticano in qualche anfratto. A Douala almeno non verranno dati a persone singole e quindi chi ne avrà effettivamente bisogno, si recherà in sede per utilizzarli.
Questa battuta un po' polemica non vuole comunque rappresentare il prodromo di un discorso, tipicamente europeo, fatto di autoflagellazioni sui difetti nostrani e, al contrario, ampie assoluzioni per ogni aspetto rilevabile nei paesi del terzo mondo.
In Camerun, in tal senso, abbiamo del resto trovato, accanto a tante persone stupende, anche innegabili storture e realtà ben poco edificanti. Non ritengo altresì che buona parte di tali difetti, come la corruzione dei pubblici amministratori, la lentezza della burocrazia, l'assurdità di alcuni retaggi superstiziosi, possano, neppure indirettamente, ricollegarsi al passato coloniale del paese.
Ma ciò premesso, e non sottovalutando questi rilievi, restano tante e tante cose belle delle quali credo che tutti i soci APRi dovrebbero essere giustamente orgogliosi.
La gioia del piccolo Papù, un bimbo albino di cinque anni, che passava tante ore a scrutare le figure sotto il video-ingranditore, la speranza leggibile sul volto di "Maman Milene", genitrice di un bambino ipovedente ed impiegata alla biblioteca, la serietà della coordinatrice Solange Edimo che esigeva, in netto contrasto con la mentalità africana, puntualità ed assoluta trasparenza in ogni circostanza, il sorriso riconoscente del presidente di un'associazione di non vedenti che ci ringraziava col cuore per le cinquanta tavolette braille che gli avevamo donato..., sono ricordi indelebili che mi porterò senz'altro dentro per tutta la vita.
Ho frequentato per una settimana queste persone meravigliose, sono stato nelle loro case dove ho ricevuto un'accoglienza cordiale ed amichevole, ho trascorso con loro lunghe serate a discutere seduto in cerchio davanti alle abitazioni, fra l'afa e le zanzare, cercando però sempre di ascoltare e soprattutto comprendere prima di esprimere giudizi.
E' inoltre assai incoraggiante, per passare a pensieri più generali, osservare la passione messa in campo dagli immigrati camerunesi nel cercare di importare le esperienze e le conoscenze acquisite in Europa. Questo è infatti un popolo, in un certo senso, forse più dinamico ed intraprendente rispetto agli standard africani. Tutti ambiscono a divenire imprenditori, o meglio commercianti, tutti sognano di affermarsi, non come dipendenti, ma come protagonisti del proprio destino.
Sono sicuramente aspirazioni rispettabili che però, molto spesso, rischiano di vanificarsi in nome di un ottimismo un po' infantile. Si fa fatica a programmare, si sottovalutano le difficoltà, si rischia di non tener sufficientemente conto degli imprevisti che invece, specialmente in una società pervasa da ogni tipo di precarietà, sono sempre e comunque dietro l'angolo.
Ed è così che il nostro ruolo non è stato solo quello del donatore e del costruttore. A volte siamo stati costretti anche a moderare alcuni ardori eccessivi, in altre occasioni abbiamo dovuto cercare di economizzare sulle risorse per non spendere tutto in un colpo solo.
Ma il risultato alla fine è venuto e speriamo davvero che possa persistere nel tempo.
Ed alla fine permettetemi ancora una battuta polemica sui mugugni nostrani. A chi, e non sono pochi, continua a borbottare più o meno esplicitamente: "Ma con tutti i problemi che abbiamo qui..., dobbiamo proprio andare a preoccuparci dell'Africa...", vorrei rispondere con estrema franchezza:
Il progetto "Le Pavillon Blanc" non è costato nulla alla nostra associazione. Il finanziamento è arrivato interamente dalla Fondazione VII Novembre di Genova e tale istituzione ci ha devoluto il suo contributo solo ed esclusivamente per questo scopo ben preciso. I fondi ci sono stati affidati evidentemente perché la nostra organizzazione dava garanzie di serietà ed affidabilità anche sul piano della cooperazione internazionale. Vi assicuro che non è cosa da poco.
Chi dunque non perde occasione per lamentarsi, sostenendo che bisognerebbe fare questo o quello, chi si sente regolarmente sempre trascurato, chi auspicherebbe nuovi progetti più importanti...,incominci a muoversi per trovare i finanziamenti e poi... tutto potrà essere realizzato anche al di là delle proprie aspettative. Non basta, del resto, avere buone idee, di quelle ce ne sono fin troppe, il problema è piuttosto quello di "dare gambe" ai progetti...
Ed, al di là di ogni considerazione, gli amici africani hanno raggiunto questo primo importante obiettivo. Tanto di cappello...

Marco BONGI