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Novartis: l'India ci da una lezione?

Tutti i principali organi d'informazione hanno dato notevole rilievo alla sentenza della Corte Suprema Indiana, pronunciata domenica 1 aprile scorso, a proposito del farmaco antitumorale "Glivec" al quale è stato negato il brevetto esclusivo. La vicenda presenta indubbiamente alcune analogie con l'annosa  questione "Avastin-Lucentis", anche se non mancano comunque anche significative differenze. In primo luogo bisogna notare che il pronunciamento dei giudici indiani, contrariamente a quanto sta avvenendo da noi, è scaturito da un ricorso presentato dalla stessa Novartis. In Italia invece, poichè vi è stata ormai una registrazione ufficiale del farmaco, non c'è alcun motivo per il quale la multinazionale  elvetica possa mettere in moto un meccanismo giudiziario per tutelarsi. E poi: da chi dovrebbe eventualmente tutelarsi la casa farmaceutica? Da nessuno se è vero, come molti affermano, che anche la società produttrice di Avastin è controllata indirettamente dal colosso svizzero. Nel campo oftalmologico inoltre non assistiamo tanto ad una battaglia fra un farmaco brevettato, e carissimo, ed uno generico assai più accessibile. Sia Avastin che Lucentis infatti sono farmaci registrati e brevettati. La disputa si articola piuttosto sulle specifiche indicazioni terapeutiche delle singole patologie. Ciò premesso tuttavia non è possibile nascondersi anche le similitudini insite nelle due situazioni. In entrambi i casi si è sviluppato il tentativo di commercializzare una sostanza,, di cui si pretende l'uso esclusivo per determinate patologie,  a prezzi davvero elevati ed insostenibili per la maggioranza dei pazienti e dei servizi sanitari. La molecola, secondo alcuni, sarebbe stata soltanto leggermente migliorata ma il prezzo non sarebbe invece lievitato solo leggermente... E poi, guarda caso, i protagonisti, sia pur in ambiti assai diversi,  sono sempre i medesimi, ovvero i nostri "amici" della Novartis. Ci troviamo di fronte ad una congiura internazionale? Questa volta però, visto il clamore mondiale che ha assunto la vicenda, penso che i danni all'immagine dell'azienda siano assai più rilevanti rispetto a quelli che potevano essere arrecati dalle nostre povere voci. Chissà che queste "disavventure" non inducano allora gli amministratori della società ad essere più prudenti e meno smaccati nella fissazione dei listini prezzi. Sappiamo certo che la ricerca costa e costa molto, specialmente se è fatta bene e con tutte le garanzie del caso. Il troppo stroppia però in tutte le cose ed il rapporto, fra i 15 euro di Avastin ed i 1100 di Lucentis, pensiamo proprio che non si possano giustificare solo con qualche studio finanziato alle Università. Vedremo allora se la "lezione" indiana porterà sviluppi anche alle nostre latitudini.